venerdì 20 novembre 2015

il valzer delle candele



Quando vedo il simbolo pacifista trasformato in Tour Eiffel mi monta la rabbia e il disgusto.
Il simbolo antimilitarista radicale del fucile spezzato sta all'origine di quel logo stilizzato.
Ma le anime candide, le colombine che oggi lo esibiscono se lo sono dimenticato.
Sono le stesse che dieci anni fa attaccavano sul balcone la bandiera arcobaleno per dire: vogliamo la pace! Che significa soltanto: lasciateci in pace!
Lasciateci continuare a sfruttare, violentare, distruggere il mondo, ma -per favore- non veniteci a sparare per le strade o nei nostri bar.
Questi valzer delle candele per i nostri morti, contro la violenza del terrorismo (ma, attenzione, non contro quella delle nostre guerre), ci fa capire cosa ne è stato ormai del pacifismo.
Soltanto Papa Francesco continua a maledire i mercanti e i trafficanti d'armi.
Il resto sono solo litanie, silenziosi raduni di cavallette infoiate da Facebook, ipocriti inviti a non provare 'né rabbia né paura', come se fosse vero e possibile.
Perchè comunque le proviamo: proviamo rabbia, ma non dobbiamo dirlo, verso il diverso che sta tra noi e ci odia.
Perchè proviamo paura, ma non riusciamo a riconoscerlo; se lo facessimo tutto crollerebbe.
E perchè, invece, sarebbe il momento di provare rabbia e paura, ma verso noi stessi, le nostre politiche, i nostri governi, i nostri commerci infami.
Non accadrà.
Perchè noi non abbiamo torto, noi siamo le vittime, noi sapremo reagire, secondo ragione e diritto, come sempre.

Ma più che un valzer delle candele, sembra un valzer del moscerino.
Perchè, come moscerini, i paciosisti e i panciafichisti saranno spazzati via dal vento di guerra.
Le nostre democrazie, già incrinate dall'interno e in stato di abbandono comatoso, non reggeranno all'urto del terrore.
La libertà residua sarà ulteriormente barattata per un'illusoria sicurezza, gestita (per ora) da cretini sesquipedali che hanno le facce e le voci di Alfano e Gentiloni (la fisiognomica è una scienza).
I nostri stati si stanno trasformando rapidamente in stati d'emergenza.

Dava da pensare, l'altra sera, che le persone per sentirsi protette dovessero stare dentro uno stadio.
La partita era finita da tempo, e loro -compresi i giocatori- erano ancora lì, ad attendere di poter essere liberati. Prima le dittature ci mettevano nello stadio per farci fuori, ora ci mettono lì per proteggerci. Ma la musica non cambia.
Finisce il tempo di amichevoli, concertini, festicciole e processioni.
La guerra permanente: unico, ultimo spettacolo della nostra civiltà.

I giornalisti (e gli armieri) già gongolano.

Nessun commento:

Posta un commento