http://www.doppiozero.com/sites/default/files/allegati/Vivere%20alla%20fine%20dei%20tempi%20-%20Introduzione_0.pdf
leggetevi questo brano di zizek....e poi ne parliamo!
SATURNALIA Feste popolari in Roma antica, in onore di Saturno, nelle quali si scambiavano auguri e doni e, soprattutto, era concesso agli schiavi di prendere temporaneamente il posto dei padroni
mercoledì 30 settembre 2015
martedì 29 settembre 2015
distorto internazionale
Quel
simpatico bambolotto di pezza prodotto dall'industria coreana che fa
di nome Ban-Ki-Moon ha dichiarato ieri che 'l'ONU vive una paralisi
diplomatica da almeno 4 anni'.
Secondo
me gli anni sono di più, e -grazie al cielo- ce n'eravamo già
accorti tutti, fuorchè lui.
Dopo i
grandi successi in Iraq ,Afghanistan e Libia, gli USA si apprestano
ad intervenire in Siria.
Ed
anche lì vogliono eliminare Assad, come hanno già fatto con Saddam
e Gheddafi.
In
Libia, invece, non si interviene perchè si attendono gli accordi con
i due governi in carica e un'autorizzazione ONU che non arriva.
Ma la
Francia, intanto, anche senza alcuna autorizzazione, sta già
bombardando l'Isis in territorio siriano (il cui governo non ha dato
alcun assenso, anzi).
Putin,
che in pratica governa il governo siriano, ricorda ai francesi che
questo è illegittimo.
E agli
americani che 'il vuoto di potere genera il terrorismo': cioè che le
dittature sono sempre meglio del caos.
Ora il
dittatore Assad va bene, almeno a russi, iracheni, iraniani e siriani assadisti (che si sono alleati in funzione anti-Isis, in barba a tutto quel che
gli USA pensavano di aver fatto per loro).
Intanto,
i curdi, che sono stati i primi ( e spesso gli unici) a guerreggiare
davvero contro il califfato, vengono repressi dai turchi, nel
silenzio generale.
Traduzione:
ognuno fa i cazzi che vuole.
E'
finita l'estate, ma il diritto internazionale resta in vacanza.
Anche
a casa nostra ci difendiamo bene.
Renzi
sta sfracellando Parlamento e Costituzione, mentre le opposizioni si
dilettano a presentare decine di milioni di emendamenti, che nessuno
voterà mai.
Fa la
legge sulla scuola contro milioni di insegnanti e studenti, la legge
sulla giustizia contro giudici e magistrati, la legge elettorale
contro gli elettori, la legge bavaglio contro i giornalisti.
Ma sa
che per metà più uno del paese che si oppone, ci sarà sempre metà
più uno del paese che tace o acconsente. E' una guerra civile
sommersa quella che già attraversa la nostra società.
Si va
a colpi di maggioranze risicate, e così si vince.
Ma
dove va a finire un paese ?
E
guardiamo anche l'Europa.
L'Unione
Europea è già a pezzi: ogni paese, anche qui, fa quel che gli pare,
più o meno, sulla gran parte delle questioni più rilevanti.
In
Catalogna metà della popolazione vuole staccarsi dalla Spagna, metà
no.
In
Scozia, uguale.
La
Gran Bretagna farà un referendum per andarsene dall'UE nel 2017.
Il
Belgio è separato in casa da anni.
In
Italia, la sua parte più ricca non sa più che farsene del sud, una
vera palla al piede (a meno che a investire al nord non siano mafia e
camorra).
Dovunque
ci si giri, solo casino e distorsioni, menzogne e ipocrisie.
E, in
tutto questo, il Papa: l'unico che parla chiaro, papale papale.
Bravo,
simpatico, convincente.
Ma da
quale pulpito viene la predica ?
lunedì 28 settembre 2015
panattoni
Ricevo dal mio amico Leo...
Una stanchezza che cura
Nel suo libro La società della stanchezza (Nottetempo, 2012, pp. 81, Traduzione di Federica Buongiorno), il filosofo Byung-Chul Han sostiene che la società del XXI secolo non può più essere intesa come una società di tipo disciplinare, ma una società della prestazione. I soggetti infatti che la compongono non sono più sottoposti, attraverso determinati dispositivi, a forme di obbedienza, come magistralmente ci ha insegnato Michel Foucault, si caratterizzano piuttosto come imprenditori di se stessi.
Le patologie cui tale soggetto incorre non sono più di tipo batterico o virale, a istanza immunologica, quanto di tipo neuronale. La depressione, la sindrome da deficit di attenzione o iperattività, il disturbo borderline di personalità o la sindrome di burnout, derivano da un eccesso di positività. È il terrore di non essere all’altezza delle proprie aspettative, qui ed ora, immediatamente, nella situazione di performance che ogni singolo individuo sente di dover offrire, ma che in effetti pretende prima di tutto da se stesso.
Questo non significa che il cambiamento di paradigma dalla società disciplinare alla società della prestazione sia in perfetta discontinuità, anzi, persiste una profonda continuità. Il soggetto di prestazione rimane a suo modo disciplinato, obbediente, ma la sua capacità produttiva introduce una risorsa in più: il proprio desiderio. Si tratta di una risorsa perché desiderio e prestazione non trovano mai il loro perfetto congiungimento, anzi rimangono semmai l’uno l’alimento della mancanza dell’altro; in modo tale che il sentimento di fondo che permane nel soggetto è la necessità di rispondere positivamente al timore di non riuscire a reggere la pressione. Il permanente stato depressivo latente con cui il soggetto di prestazione si misura non deriva allora da un eccesso di responsabilità e di iniziativa, ma dalla sensazione di non riuscire a corrispondere all’obbligo assunto con se stessi. Nonostante il fondo di insoddisfazione latente da fronteggiare, tale soggetto rimane un individuo che fondamentalmente non fa altro che lavorare, in qualsiasi momento, anche quando è alla ricerca del proprio godimento. È l’animal laborans che sfrutta se stesso in modo del tutto volontario, senza alcuna evidente costrizione esterna, divenendo così al tempo stesso vittima e carnefice della propria autoreferenzialità.
Il lamento interiore di questo soggetto non corrisponde a un “niente è più possibile”, ma alla paura della propria inadeguatezza a fronte del fatto che “niente è impossibile”. Il non riuscire a essere a questa altezza conduce il soggetto a una guerra intestina con se stesso. Libertà e costrizione coincidono, o meglio, si arriva alla paradossale costruzione di una libertà costrittiva, dove risiede il desiderio incolmabile di massimizzare la propria prestazione. Lo sfruttatore è al tempo stesso lo sfruttato. Le malattie psichiche della società della prestazione sono appunto le manifestazioni patologiche di questa libertà paradossale.
Dunque, che fare? Non si può certo contrapporre a questa iperattività un altro contromovimento, che non farebbe altro che aggiungere altra attività, si tratta piuttosto di fare un buon uso della stanchezza che tutto questo comporta. È sentire la stanchezza come una forma di cura, mantenendo attiva la consapevolezza che al fondo di un’attenzione contemplativa è insita una forma profonda di staticità. Se il sonno infatti è il culmine del riposo fisico, il sentimento di un’immobilità profonda è il culmine del riposo spirituale, tanto è vero che, come ci ricorda Walter Benjamin, è solo l’uccello incantato che può covare l’uovo dell’esperienza. La capacità di posare uno sguardo incantato su ciò che ci circonda, è una capacità di attenzione profonda, contemplativa, a cui l’ego iperattivo non ha più alcuna via d’accesso.
Il soggetto preso da questo sentimento di immobilità profonda può allora passare da un’andatura lineare, retta, incentrata sul passo di corsa, a una danza statica che si sottrae completamente al principio di prestazione. L’atmosfera fondamentale che lo circonda diviene lo stupore per l’essere-così delle cose. Un’attenzione contemplativa posa infatti il proprio sguardo incantato sull’incerto, sull’impalpabile, su ciò che rimane fugace, ma che al tempo stesso è esattamente lì, davanti ai propri occhi. Le forme e gli stati della durata non possono che sottrarsi all’iperattività della comprensione. Nello stato contemplativo ci si ritrae fuori di sé e ci si immerge nelle cose, imparando a guardarle. Questo per Nietzsche significa assuefare l’occhio alla calma, alla pazienza, a lasciar venire le cose a sé. Significa rendere l’occhio abile a un’attenzione profonda e contemplativa, uno sguardo lento e prolungato nel tempo che perde il senso del proprio tempo.
Si tratta di un momento in cui il soggetto introduce, rispetto alla positività del fare, quella particolare forma di negatività espressa dallo scrivano Bartebly di Melville: “preferirei di no”. È grazie a questa interruzione che il soggetto può misurarsi con tutta l’estensione che lo spazio della contingenza comporta e sottrarsi alla dinamica di una pura attività. L’indugiare, l’esitare, il non rispondere immediatamente alle sollecitazioni, è certamente un’attività fattiva e tuttavia non permette che l’agire degeneri necessariamente nel lavoro. Uno dei problemi che il nostro vivere comune comporta è che viviamo in un mondo troppo povero di interruzioni, di spazi intermedi, di intervalli. D’altronde la prima cosa che la frenesia performativa elimina è proprio ogni forma di intervallo.
Esistono allora due forme di potenza: una potenza positiva, quella che ci permette di fare qualcosa e una potenza negativa, quella che ci permette, di fronte a un’immediata realizzazione, di dire di no, grazie. Questa potenza negativa si distingue tuttavia dalla mera impotenza, dall’incapacità di fare qualcosa, è una stanchezza profonda che si aggiunge insieme a una sottrazione di Io. È ciò che fa dischiudere un tra, uno spazio della cortesia in cui niente e nessuno domina o è anche solo predominante. Mentre la stanchezza dell’Io è solitaria, è priva di mondo, questa stanchezza profonda è invece fiduciosa di mondo, rende infatti possibile soffermarsi, indugiare, non tanto su ciò che dobbiamo fare, ma su ciò che ci circonda. Questa stanchezza fondamentale è allora tutt’altro che uno stato di esaurimento, nel quale ci si sente incapaci di fare alcunché, essa diviene piuttosto quella particolare facoltà che è l’ispirazione, un elevarsi dell’anima.
Una stanchezza che ci permette di abbandonarci e che risveglia in noi una particolare capacità di guardare. È ciò che indica Peter Handke quando parla di una “stanchezza dagli occhi limpidi”. Si tratta di accedere a un’attenzione completamente diversa, a forme prolungate e lente che si sottraggono alla tipica iperattenzione breve e veloce della nostra società. Questa stanchezza profonda allenta l’identità dell’Io e lascia che le cose sfavillino, risplendano e tremino oltre i loro margini; lascia che si facciano indefinite, permeabili e perdano qualcosa della loro nettezza, per ritrovare così tutta la loro realtà.
Per questo la stanchezza profonda è disarmante e nel lento sguardo di chi è stanco sorge incantata la risolutezza della quiete.
Le patologie cui tale soggetto incorre non sono più di tipo batterico o virale, a istanza immunologica, quanto di tipo neuronale. La depressione, la sindrome da deficit di attenzione o iperattività, il disturbo borderline di personalità o la sindrome di burnout, derivano da un eccesso di positività. È il terrore di non essere all’altezza delle proprie aspettative, qui ed ora, immediatamente, nella situazione di performance che ogni singolo individuo sente di dover offrire, ma che in effetti pretende prima di tutto da se stesso.
Questo non significa che il cambiamento di paradigma dalla società disciplinare alla società della prestazione sia in perfetta discontinuità, anzi, persiste una profonda continuità. Il soggetto di prestazione rimane a suo modo disciplinato, obbediente, ma la sua capacità produttiva introduce una risorsa in più: il proprio desiderio. Si tratta di una risorsa perché desiderio e prestazione non trovano mai il loro perfetto congiungimento, anzi rimangono semmai l’uno l’alimento della mancanza dell’altro; in modo tale che il sentimento di fondo che permane nel soggetto è la necessità di rispondere positivamente al timore di non riuscire a reggere la pressione. Il permanente stato depressivo latente con cui il soggetto di prestazione si misura non deriva allora da un eccesso di responsabilità e di iniziativa, ma dalla sensazione di non riuscire a corrispondere all’obbligo assunto con se stessi. Nonostante il fondo di insoddisfazione latente da fronteggiare, tale soggetto rimane un individuo che fondamentalmente non fa altro che lavorare, in qualsiasi momento, anche quando è alla ricerca del proprio godimento. È l’animal laborans che sfrutta se stesso in modo del tutto volontario, senza alcuna evidente costrizione esterna, divenendo così al tempo stesso vittima e carnefice della propria autoreferenzialità.
Il lamento interiore di questo soggetto non corrisponde a un “niente è più possibile”, ma alla paura della propria inadeguatezza a fronte del fatto che “niente è impossibile”. Il non riuscire a essere a questa altezza conduce il soggetto a una guerra intestina con se stesso. Libertà e costrizione coincidono, o meglio, si arriva alla paradossale costruzione di una libertà costrittiva, dove risiede il desiderio incolmabile di massimizzare la propria prestazione. Lo sfruttatore è al tempo stesso lo sfruttato. Le malattie psichiche della società della prestazione sono appunto le manifestazioni patologiche di questa libertà paradossale.
Dunque, che fare? Non si può certo contrapporre a questa iperattività un altro contromovimento, che non farebbe altro che aggiungere altra attività, si tratta piuttosto di fare un buon uso della stanchezza che tutto questo comporta. È sentire la stanchezza come una forma di cura, mantenendo attiva la consapevolezza che al fondo di un’attenzione contemplativa è insita una forma profonda di staticità. Se il sonno infatti è il culmine del riposo fisico, il sentimento di un’immobilità profonda è il culmine del riposo spirituale, tanto è vero che, come ci ricorda Walter Benjamin, è solo l’uccello incantato che può covare l’uovo dell’esperienza. La capacità di posare uno sguardo incantato su ciò che ci circonda, è una capacità di attenzione profonda, contemplativa, a cui l’ego iperattivo non ha più alcuna via d’accesso.
Il soggetto preso da questo sentimento di immobilità profonda può allora passare da un’andatura lineare, retta, incentrata sul passo di corsa, a una danza statica che si sottrae completamente al principio di prestazione. L’atmosfera fondamentale che lo circonda diviene lo stupore per l’essere-così delle cose. Un’attenzione contemplativa posa infatti il proprio sguardo incantato sull’incerto, sull’impalpabile, su ciò che rimane fugace, ma che al tempo stesso è esattamente lì, davanti ai propri occhi. Le forme e gli stati della durata non possono che sottrarsi all’iperattività della comprensione. Nello stato contemplativo ci si ritrae fuori di sé e ci si immerge nelle cose, imparando a guardarle. Questo per Nietzsche significa assuefare l’occhio alla calma, alla pazienza, a lasciar venire le cose a sé. Significa rendere l’occhio abile a un’attenzione profonda e contemplativa, uno sguardo lento e prolungato nel tempo che perde il senso del proprio tempo.
Si tratta di un momento in cui il soggetto introduce, rispetto alla positività del fare, quella particolare forma di negatività espressa dallo scrivano Bartebly di Melville: “preferirei di no”. È grazie a questa interruzione che il soggetto può misurarsi con tutta l’estensione che lo spazio della contingenza comporta e sottrarsi alla dinamica di una pura attività. L’indugiare, l’esitare, il non rispondere immediatamente alle sollecitazioni, è certamente un’attività fattiva e tuttavia non permette che l’agire degeneri necessariamente nel lavoro. Uno dei problemi che il nostro vivere comune comporta è che viviamo in un mondo troppo povero di interruzioni, di spazi intermedi, di intervalli. D’altronde la prima cosa che la frenesia performativa elimina è proprio ogni forma di intervallo.
Esistono allora due forme di potenza: una potenza positiva, quella che ci permette di fare qualcosa e una potenza negativa, quella che ci permette, di fronte a un’immediata realizzazione, di dire di no, grazie. Questa potenza negativa si distingue tuttavia dalla mera impotenza, dall’incapacità di fare qualcosa, è una stanchezza profonda che si aggiunge insieme a una sottrazione di Io. È ciò che fa dischiudere un tra, uno spazio della cortesia in cui niente e nessuno domina o è anche solo predominante. Mentre la stanchezza dell’Io è solitaria, è priva di mondo, questa stanchezza profonda è invece fiduciosa di mondo, rende infatti possibile soffermarsi, indugiare, non tanto su ciò che dobbiamo fare, ma su ciò che ci circonda. Questa stanchezza fondamentale è allora tutt’altro che uno stato di esaurimento, nel quale ci si sente incapaci di fare alcunché, essa diviene piuttosto quella particolare facoltà che è l’ispirazione, un elevarsi dell’anima.
Una stanchezza che ci permette di abbandonarci e che risveglia in noi una particolare capacità di guardare. È ciò che indica Peter Handke quando parla di una “stanchezza dagli occhi limpidi”. Si tratta di accedere a un’attenzione completamente diversa, a forme prolungate e lente che si sottraggono alla tipica iperattenzione breve e veloce della nostra società. Questa stanchezza profonda allenta l’identità dell’Io e lascia che le cose sfavillino, risplendano e tremino oltre i loro margini; lascia che si facciano indefinite, permeabili e perdano qualcosa della loro nettezza, per ritrovare così tutta la loro realtà.
Per questo la stanchezza profonda è disarmante e nel lento sguardo di chi è stanco sorge incantata la risolutezza della quiete.
normalità, questo è quello che io voglio da te...
Inside out,
un film che tenevo a vedere.
E'
raro che si dia voce alle emozioni e che le si mostrino apertamente.
C'erano
tante belle idee nel film: la discarica dei ricordi, il tunnel
dell'astrazione, il fidanzato ideale che darebbe la vita per te, la
megalopoli colorata e il treno che l'attraversa...
Ma,
alla fine, resta la sensazione di trovarci ancora una volta nel
solito sogno americano della normalità: le isole della stupidera,
dell'onestà, dell'hockey, della famiglia che si sgretolano e si
ricreano per magia, unici valori di una società che non cambia.
Ed una
Gioia sempre allegra e vitale, quasi indisponente nel suo continuo
blaterare e ridefinire in positivo qualunque cosa.
Nessuna
sfumatura, solo luce assoluta o buio totale, Bene o Male, disastro
(della diversità anormale) o felicità (della norma, della vita di
tutti...).
Ritorno alla vita
di Wim Wenders.
Film
decente, il protagonista è bravissimo, e una storia che potrebbe
prendere.
Ma,
alla fine, ti chiedi: dov'è finito Wenders ?
Un
film normale, che potrebbe fare qualunque regista normale.
Wenders
non era questo. Cosa ne è stato di lui ?
Cosa
ne è stato dei suoi angeli, dei suoi esploratori del nulla, dei suoi
suoni e delle sue visioni ?
Sopravvivere
a se stessi, diventare normali: la peggiore delle condanne.
Ieri è
morto Pietro Ingrao, il grande patriarca comunista.
Trent'anni
fa (lui ne avevo settanta, io ventitrè) ci siamo incontrati nel
movimento pacifista.
Non me
lo sono mai dimenticato: un poeta, un bambino curioso, un politico
non normale.
Un
politico che ascoltava, che parlava di emozioni, che sapeva
commuoversi e piangere dentro i suoi occhi sempre liquidi, appuntiti
e acquosi.
Che
sapeva riconoscere i suoi errori, che sapeva lasciare, e dire no.
Una
persona non normale.
E
davvero, integralmente, umana.
Ho
spedito Fare il morto all'editrice.
Non è
un libro normale, forse neanche per loro.
Qualcuno
che l'ha letto l'ha definito 'dadaista'. Forse anche 'situazionista'.
Quando
me lo son visto lì, in pdf, ormai intoccabile, finito, mi è
sembrato morto.
E'
entrato nella bara di Quiqueg, speriamo che si riprenda e sopravviva,
almeno fuori di me.
L'altro
pomeriggio, tra uno spo(r)t e l'altro, ho visto la fine del vecchio
'Moby Dick' di John Huston.
Ismaele,
alla fine si salva -unico superstite- su un piccolo relitto di legno.
E'
proprio la bara che era stata costruita e intagliata per Quiqueg, a
galleggiare ancora...
Anche
lui, alla fine, è morto tra i flutti, pregando i suoi idoli.
Non
era uno normale.
Ma
neppure Ismaele, colui che racconta, lo era.
Anzi,
lo è.
giovedì 24 settembre 2015
fichi secchi
Non
parlo spesso dell'Università, del mio cosiddetto ambiente di lavoro.
Se
devo trattare di tristi argomenti preferisco riferirmi a cose più
serie, a me o al grande mondo.
Per il
resto, fare il morto.
Ma la
discussione di ieri mattina, al Consiglio di Dipartimento, merita un
commento.
Abbiamo
dibattuto, infatti, per due ore, dei criteri per la distribuzione dei
fondi per la ricerca, che quest'anno si chiamano PRID (non chiedetemi
cosa voglia dire).
Una
roba delle dimensioni di una bazzeccola, alla fine: mille o duemila
euro a testa all'anno.
In una
situazione generale che vede il nostro Ateneo perdere milioni di euro
(6 nel 2014, 10 quest'anno) di finanziamento ordinario, tanto da
dover ricorrere sempre più alle risorse della Fondazione Banco di
Sardegna, baraccone politico-finanziario che ci eroga da quest'anno
-ad esempio- anche i fondi PRID.
In una
appassionata discussione per cercare di valutare la diversa qualità
delle pubblicazioni e dei progetti, al fine di valutarne i meriti e
differenziare così i relativi emolumenti da destinare ai singoli
ricercatori, sono emersi ragionamenti puramente quantitativi: quanti
sono stati i prodotti del ricercatore negli ultimi 4 anni, in quante
pagine consisteva ogni pubblicazione, se la casa editrice fosse
piccola o grossa, e su scala locale, nazionale o internazionale;
quanti soldi avesse portato al dipartimento il progetto x o y.
Più
si discuteva inutilmente (peraltro una querelle che va avanti da
anni) e più ci si rendeva conto di due cose: che stabilire dei
criteri validi -non opinabili e non discrezionali- era impossibile; e
che ci si basava soltanto sulla quantità per valutare una presunta
qualità e per definire la quantità dei fondi da destinare alla
presunta qualità (cioè, in effetti, quantità).
Insomma,
un vero delirio, che testimonia del grado di smarrimento in cui versa
l'Università italiana, e non solo.
Non ci
si può lamentare se poi gli studenti si lamentano per un libro da
studiare in più, o se non c'è un rapporto equilibrato tra crediti e
numero delle pagine di un esame.
Mi
sono alzato solo per ricordare ancora una volta che Socrate, Buddha e
Cristo non hanno mai scritto né pubblicato alcunchè.
E che
Einstein ha scritto la prima stesura della teoria della relatività
ristretta (appunto!) in poche paginette.
E che
alcune opere fondamentali della storia dell'umanità sono state
inizialmente pubblicate a spese dell'autore, in case editrici
sconosciute, o non sono state neppure edite mentre l'autore era in
vita.
Nessuno
di loro avrebbe ricevuto i fondi PRID, se fosse stato valutato
dall'Anvur o dal Cineca.
Forse
qualcuno di loro si sarebbe perso tra pin e codici ORCID e VQR,
piattaforme Floss Ar, Iris e via andare...
Quanto
vuoto dietro a tutto questo, quanta stupidità, quanto inutile
blaterare.
Il
carrozzone va avanti da sé, per inerzia e codardia, con la
mediocrità e il disdoro tipica di quest'epoca triste.
dai raga...!
E insomma fanno sesso,
e l'uomo riesce a essere delicato e premuroso, cosa che possiamo
tranquillamente intuire non sarebbe riuscito a essere se nei
confronti della donna del termos si fosse innamorato come di consueto
e cioè disperatamente, a la donna del termos avrebbe voglia di
piangere lacrime di gioia davanti a tanta delicatezza e tante
premure, e in sostanza riusciamo a sentire l'accelerarsi dei palpiti
del suo cuore, e la donna comincia a credere che in fondo sia
possibile avere un rapporto con il mondo esterno...
Adesso la donna piange
davvero, e l'uomo, a via di baci e coccole, le sfila delicatamente la
sciarpa, la lascia cadere a terra, e nella semioscurità della stanza
vede sul collo della donna una cosa decisamente bizzarra,
e...scopriamo che in un'ansa alla base del collo, sul lato sinistro,
la donna ospita una raganella verde chiaro..., la cui gola biancastra
si gonfia e si sgonfia ritmicamente...
La raganella nell'ansa
del collo è ciò che ha impedito alla donna del termos di mettersi
in rapporto con il mondo a lei esterno; è ciò che l'ha costretta a
vivere nella tristezza e nel turbamento, vedi anche ombra e oscurità,
è ciò che l'ha legata e avvinta, vedi anche infagottamento a mezzo
sciarpa, è ciò che le ha impedito di affrontare il mondo esterno,
vedi anche perenne occultamento del profilo sinistro. La raganella è
il meccanismo dell'alienazione e del distacco, simbolo e insieme
causa dell'isolamento della donna del termos; tuttavia dopo un po'
comincia a risultare evidente come la donna sia emotivamente
attaccatissima alla raganella, e le dedichi più premure e se ne
preoccupi più di quanto faccia con se stessa, lì nell'intimità di
casa sua...Sicchè proprio la cosa che ha privato la donna di quel
rapporto col mondo esterno che ella pur anelava, e che quindi l'ha
resa estremamente infelice, è anche il centro della sua vita...
Dunque, tre tizi vanno
in campeggio nei boschi, e uno dei tre accetta di occuparsi di far da
mangiare per tutti, però dice che se uno degli altri due si
lamenterà del suo modo di cucinare dovrà automaticamente prendere
il suo posto ai fornelli....Sicchè il cuoco prepara da mangiare, e
gli altri due dicono che buono e sono molto contenti. Passano i
giorni e a un certo punto il cuoco si stufa di cucinare, e spera che
qualcuno di lamenti e quindi sia costretto a prendere il suo posto,
ma nessuno si lamenta. Sicchè il cuoco comincia a scuocere apposta
le pietanze, o a bruciarle, o a servirle mezze crude. Ma gli altri
due campeggiatori mangiano tutto e si sforzano di non lamentarsi...
Sicchè alla fine il
cuoco non ce la fa proprio più...e allora va nel bosco e, trovata
un'enorme cacca d'alce, la prende, la mette sulla griglia e, quand'è
cotta, la porta a tavola, insieme a una cuccuma di caffè al sapone.
Gli altri due cominciano a mangiare, e il cuoco li guarda speranzoso,
e i due mangiano molto lentamente, e ogni tanto si guardano e fanno
le smorfie.
A un certo punto uno
dei due mette giù la forchetta dice al cuoco:' Ehi, Joe, mi spiace
ma devo proprio dirti che questa roba sa di cacca di alce. Però è
ottima.'
Comunque i racconti a
matrice depressa dovresti essere in grado di riconoscerli sin dalle
prime righe.
E da cosa dovrei
riconoscerli ?
Bè, da un'infinità di
indizi. Per esempio dal fatto che tendono a essere orribilmente
cinici. Causticamente cinici. O quando non causticamente, allora
stolidamente naif. E in tutti i casi massicciamente e
straordinariamente pretenziosi. Nonché, ovviamente, schifosamente
battuti a macchina. Velleitari, ecco il comun denominatore dei
racconti da studente depresso. Si avverte un diffuso e persistente
vellleitarismo.
(David Forster Wallace,
La scopa del sistema, 1987)
mercoledì 23 settembre 2015
volksmaghen
Ho profondo rispetto per il genio tedesco.
D'altra parte, in quanto filosofo, non potrei fare diversamente.
Ma cosa volete che siano Leibniz, Kant o Heidegger dinanzi alla genialità di chi è riuscito ad inventarsi un software per abbattere le emissioni delle Volkswagen solo se sotto esame ?
Le macchine riprendevano poi imperterrite, dopo il clistere meccanico, a inquinare quaranta volte più del consentito. Ma venivano vendute come auto super-ecologiche!
Wunderbar!!
Così viviamo noi.
Ci fanno credere che l'aria sia respirabile, e non è così.
Ci fanno il clistere tutti i giorni, ma ci dicono che è per il nostro bene.
Ci fanno comprare merci dalle pubblicità mirabolanti, ma non è vero niente.
Ci mettono un software televisivo e ci propinano dei fatti senza verità.
Ci filtrano tutto e ci dicono che siamo ben informati.
Ci dicono che siamo liberi di vagare per Internet, ma i motori di ricerca li gestiscono non si sa bene dove.
Ci fanno votare e la chiamano democrazia: purtroppo -quando le elezioni finiscono e viene tolta la sonda di rilevamento- la democrazia è già finita e tutto torna a puzzare.
Sempre che le elezioni non siano truccate, ovviamente (e ci sono molti modi per farlo, si sa...).
Continuiamo, quindi, a mangiare e digerire le schifezze che ci propinano e che chiamano 'riforme', 'il bene del paese', 'la crescita', 'l'uscita dalla crisi', 'la svolta'....
O 'i terroristi', 'i barbari', 'l'uso della forza', 'la lotta agli scafisti'....
Tutto è solo uno spot, o un software ben pensato per fregarci.
Ma l'hardware è ben altro: ci inquina, ci rende impotenti, ci ammazza.
D'altra parte, in quanto filosofo, non potrei fare diversamente.
Ma cosa volete che siano Leibniz, Kant o Heidegger dinanzi alla genialità di chi è riuscito ad inventarsi un software per abbattere le emissioni delle Volkswagen solo se sotto esame ?
Le macchine riprendevano poi imperterrite, dopo il clistere meccanico, a inquinare quaranta volte più del consentito. Ma venivano vendute come auto super-ecologiche!
Wunderbar!!
Così viviamo noi.
Ci fanno credere che l'aria sia respirabile, e non è così.
Ci fanno il clistere tutti i giorni, ma ci dicono che è per il nostro bene.
Ci fanno comprare merci dalle pubblicità mirabolanti, ma non è vero niente.
Ci mettono un software televisivo e ci propinano dei fatti senza verità.
Ci filtrano tutto e ci dicono che siamo ben informati.
Ci dicono che siamo liberi di vagare per Internet, ma i motori di ricerca li gestiscono non si sa bene dove.
Ci fanno votare e la chiamano democrazia: purtroppo -quando le elezioni finiscono e viene tolta la sonda di rilevamento- la democrazia è già finita e tutto torna a puzzare.
Sempre che le elezioni non siano truccate, ovviamente (e ci sono molti modi per farlo, si sa...).
Continuiamo, quindi, a mangiare e digerire le schifezze che ci propinano e che chiamano 'riforme', 'il bene del paese', 'la crescita', 'l'uscita dalla crisi', 'la svolta'....
O 'i terroristi', 'i barbari', 'l'uso della forza', 'la lotta agli scafisti'....
Tutto è solo uno spot, o un software ben pensato per fregarci.
Ma l'hardware è ben altro: ci inquina, ci rende impotenti, ci ammazza.
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