Qualche giorno fa ho fatto un intervento in facoltà sul perdono..
Per iniziare a costruire una cultura
del perdono (ma io preferirei dire della 'riconciliazione
unilaterale'), che non sia corrosa da un buonismo pacificante, di matrice laica o religiosa, è necessario disarmare le menti,
cioè decostruire la cultura della colpa.
Cultura sulla quale si fonda buona
parte dei nostri processi e delle nostre strutture di civilizzazione,
a sua volta sorretta da alcuni capisaldi, che qui posso solo
limitarmi ad accennare:
il sacrificio (vedi Girard ed i
suoi scritti sul capro espiatorio);
la volontarietà (sulle aporie
della volontà e del libero arbitrio in relazione alla liceità
della pena, vedi ad es. Karman di G. Agamben);
il merito, che traduce in
democrazia quel che il modello 'premio-punizione' rappresenta(va)
nei sistemi autocratici.
Da qui si può intuire la complessità
del tentativo che qui vorremmo proporci ed i motivi per cui,
all'inverso, risultino sempre più probabili -se restiamo all'interno
di quegli assunti- che si realizzino invece i processi inversi,
animati da spirito di rivalsa, risentimento, vendetta, spesso
ammantati e malcelati dalla parola-toccasana: giustizia.
'L'errore non esiste. Non ci sono
colpevoli e innocenti, non esistono meriti e peccati, il bene e il
male; colui che ha inventato queste idee ha messo l'uomo fuori
strada.' (O. Tokarczuk, I vagabondi)
Si vuole diventare migliori, si
dice; in realtà ci si vuole rendere le cose più facili. (E.
Canetti)
E non può essere un caso -ma anzi una
conseguenza necessaria ed inevitabile- che tutti noi, ma soprattutto
i giovani, vivano oggi una sensazione di fortissima inadeguatezza,
corredata da altissime ansie di prestazione e irresolubili sensi di
colpa.
'Sbaglierò tutto -dice mio
fratello- sento arrivare solo i pensieri sbagliati. E se faccio
casini?', vuole sapere. Si è rimesso a fumare, una sigaretta dopo
l'altra dopo l'altra. 'Sarai perdonato', gli dico.' (J. Offill, Tempo
variabile).
La visione nonviolenta
(sistemico-ecologica) propone un paradigma alternativo, in cui la
colpa è sganciata dalla responsabilità ed anzi viene considerata
come un dispositivo di copertura per evitare le responsabilità e per
non sentirsi parte del problema.
L'area nera è caratterizzata proprio
dall'(auto)colpevolizzazione e nutre e si nutre di una cultura
individualistica e securitaria.
Il passaggio all'area blu è delicato e
sempre precario, ma è l'unico a poter determinare una vera e
reciproca corresponsabilità, seppure in diverse misure e gradi tra
le parti; solo qui si possono creare fiducia ed autonomia nella
relazione tra le persone e i gruppi.
Un ulteriore, rarissimo, salto è
quello prefigurato nell'area verde: la ricontestualizzazione.
Cioè la possibilità di riconsiderare
il problema dall'alto, in una sapiente accettazione dell'accaduto,
divenuti capaci (come è stato per Gesù, Francesco d'Assisi, Gandhi,
Buddha, Socrate, Nelson Mandela e altri...) di un'altissima
consapevolezza che va oltre il bene ed il male, l'azione e la
reazione, il crimine e la giustizia degli umani.
'Quando l'arcobaleno delle culture
umane si sarà inabissato nel vuoto scavato dal nostro furore; finchè
noi ci saremo ed esisterà un mondo – questo tenue arco che ci lega
all'inaccessibile resisterà; e mostrerà la via inversa a quella
della nostra schiavitù, la cui contemplazione, non potendola
percorrere, procura all'uomo l'unico bene che sappia
meritare:sospendere il cammino; trattenere l'impulso che lo costringe
a chiudere una dopo l'altra le fessure aperte nel muro della
necessità e a compiere la sua opera nello stesso tempo in cui
chiude la sua prigione; questo bene che tutte le società agognano,
qualunque siano le loro credenze, il loro regime politico e il loro
livello di civiltà; in cui esse pongono i loro piaceri e i loro ozi,
il loro riposo e la loro libertà...'
(C. Levi-Strauss, Tristi tropici)
L'area nera è caratterizzata proprio
dall'(auto)colpevolizzazione e nutre e si nutre di una cultura
individualistica e securitaria.
Il passaggio all'area blu è delicato e
sempre precario, ma è l'unico a poter determinare una vera e
reciproca corresponsabilità, seppure in diverse misure e gradi tra
le parti; solo qui si possono creare fiducia ed autonomia nella
relazione tra le persone e i gruppi.
Un ulteriore, rarissimo, salto è
quello prefigurato nell'area verde: la ricontestualizzazione.
Cioè la possibilità di riconsiderare
il problema dall'alto, in una sapiente accettazione dell'accaduto,
divenuti capaci (come è stato per Gesù, Francesco d'Assisi, Gandhi,
Buddha, Socrate, Nelson Mandela e altri...) di un'altissima
consapevolezza che va oltre il bene ed il male, l'azione e la
reazione, il crimine e la giustizia degli umani.
'Quando l'arcobaleno delle culture
umane si sarà inabissato nel vuoto scavato dal nostro furore; finchè
noi ci saremo ed esisterà un mondo – questo tenue arco che ci lega
all'inaccessibile resisterà; e mostrerà la via inversa a quella
della nostra schiavitù, la cui contemplazione, non potendola
percorrere, procura all'uomo l'unico bene che sappia
meritare:sospendere il cammino; trattenere l'impulso che lo costringe
a chiudere una dopo l'altra le fessure aperte nel muro della
necessità e a compiere la sua opera nello stesso tempo in cui
chiude la sua prigione; questo bene che tutte le società agognano,
qualunque siano le loro credenze, il loro regime politico e il loro
livello di civiltà; in cui esse pongono i loro piaceri e i loro ozi,
il loro riposo e la loro libertà...'
(C. Levi-Strauss, Tristi tropici)