Nella visione democratico-liberale solo
lo Stato detiene il monopolio della violenza legittima: solo lo Stato
quindi può esercitare legalmente l'aggressione, sia all'interno di
sé (attraverso le istituzioni che mantengono l'ordine pubblico), sia
all'esterno (attraverso gli eserciti).
E solo lo Stato può discriminare tra
comportamenti violenti e non violenti dei cittadini (sia tra i
cittadini, sia tra questi e lo Stato stesso), in primo luogo
attraverso l'istituzione giudiziaria.
In questo modo, all'interno di questa
visione, lo Stato si assicurerebbe univocamente il potere di
definire, agire e sanzionare la violenza.
Ma, in numerose esperienze ed evenienze
storiche, è avvenuto che:
lo Stato stesso sia stato
promotore di atti violenti ed illegali (secondo le sue stesse leggi
o leggi di livello sovrastatale);
lo Stato sia stato contestato da
minoranze/maggioranze di cittadini in relazione a singole leggi da
esse considerate violente e quindi da superare/cambiare (il 'legale'
può essere considerato, cioè, non 'legittimo', a partire da
motivazioni extra-sovralegali (morali, politiche, culturali...)).
Attualmente, gli Stati
democratici-liberali accolgono sempre più come forme legali e non
violente di contestazione soltanto le forme ritualizzate di protesta:
petizioni, manifestazioni pacifiche, scioperi regolamentati con
preavviso.
Qualunque altra forma, anche non
violenta nelle modalità d'azione, è considerata illegale: ad es.
boicottaggi ed interruzione di servizi, di (accesso alle) produzioni,
di commerci e trasporti.
E sin qui ci troviamo appieno nella
tradizione delle lotte nonviolente: la disobbedienza civile è sempre
illegale, e non lo nega.
La novità sorge nel momento in cui
quel che lo Stato considera legittimamente 'illegale' viene
immediatamente tacciato anche di 'violenza', in quanto aggressione
verso la libertà di muoversi, produrre, consumare, adire ai pubblici
servizi.
E quindi non solo 'non legale'
(giuridicamente), ma anche 'non legittimo' (socio-politicamente).
Ma, se si accetta questa visione, ci
sarebbe da chiedersi come mai i liberali (centrodestri e
centrosinistri) di casa nostra si mobilitino (a parole) per le
manifestazioni anti-regime di Hong Kong, ad esempio.
I dissidenti, si sa, piacciono solo se
stanno in altri Stati.
E la risposta che i liberali darebbero,
lo so, è che qui siamo in una democrazia e quindi i cittadini hanno
la possibilità di cambiare le leggi attraverso la rappresentanza,
mentre lì no.
Ma così si giungerebbe al paradosso
che la lotta nonviolenta non sarebbe agibile da noi perché siamo
democratici (e quindi non ce ne sarebbe bisogno) e da loro perché la
democrazia non c'è (e quindi non si può protestare in alcun modo).
Il conflitto sociale e politico
verrebbe non più solo canalizzato ed ostruito, ma -a questo punto-
legalmente abolito.
Anche da noi, non siamo così lontani
dall' aver raggiunto questa condizione.
Lo dimostra il fatto che si consideri
violento uno scioperante se lo fa senza preavviso.
Ma perché dei lavoratori che non si
riconoscono nel sindacato dovrebbero accettare regolamentazioni
stabilite da accordi tra lo Stato e i sindacati?
Lo dimostra il fatto che si consideri
violento e asociale chi rifiuta l'obbligo vaccinale e/o di
certificazione.
Ma allora perché esiste la libertà di
cura? E perché il Trattamento sanitario obbligatorio è sottoposto a
complicate condizioni e procedure, ma non in questo caso?
Lo dimostra il fatto che, per essere
considerati violenti, non è più necessario devastare, aggredire e/o
reagire controggressivamente all'azione di sgombero della polizia.
Ma perché, se sono disposto ad
accettare di essere punito dalle leggi per le mie azioni nonviolente,
dovrei anche accettare di essere definito violento da chi, nel
frattempo, mi sta picchiando e mi reprime, in nome dello Stato e
delle leggi?
Cosa resta della democrazia (anche
liberale) se il conflitto e la lotta (anche se agiti non
violentemente) sono immediatamente contrassegnati dal marchio della
violenza?
Apparentemente: le elezioni (almeno
sino a quando anche l'astensione non sarà considerata violenza).
Sostanzialmente: nulla.