venerdì 24 settembre 2021

RR & AA

'Ehi Jack', dice mio padre, cercando di incrociare il suo sguardo nello specchietto retrovisore, con un sorriso finto e un tono scherzoso. 'Coraggio, piccolo. Andrà tutto bene!'. Jack spegne il tablet e lo capovolge, poi ci appoggia le mani intrecciandole compostamente. 'Questo lo dite sempre', fa lui in tono dolce. 'Sei mio padre, ma sei anche un bugiardo'. Dal sedile di fronte arriva solo silenzio. 

(Lydia Millet, I figli del diluvio) 

Ogni volta che ci troviamo davanti ad un dilemma vogliamo risolverlo, in qualunque modo, purché non resti tale, purché si dilegui e non si mostri. Una soluzione consueta è quella di affidarci a qualcuno (il Risolutore Risoluto, o RR), con il quale da quel momento si viene a determinare una relazione gerarchica: chi risolve sta sopra, chi attende la soluzione sta sotto. Chi sta sotto lo chiamiamo qui da ora l'Attendista Attendente, o AA. Chi sta sotto infatti sta lì, più o meno comodamente, e attende la soluzione che dovrebbe provenire da RR. 

 Il dilemma vita/morte è stato affidato, sino a qualche tempo fa, all' RRR (Risolutore Risoluto Religioso): il senso ed il non senso del vivere e del morire venivano redenti dalla salvezza che ci derivava dalla fede: in un Dio, vivo, morto e risorto. Il Santo Padre e la Santa Madre (Chiesa) rappresentavano la soluzione. Da qualche tempo, non più. 

Ora ci affidiamo all'RRS (Risolutore Risoluto Statale): è Lui che deve ora risolvere dilemmi e conflitti dell'esistere personale e sociale, che si prende cura di noi dalla culla alla bara. Non promette più di salvarci dalla morte o di condurci alla vita eterna; ma -come un Padre/Madre che sa alternare con saggezza premi e punizioni, sempre però in vista del nostro bene- di educarci, proteggerci e governarci. Noi, da bravi AA, dobbiamo solo attendere le sue soluzioni, tecnicamente evolute, e seguirne le istruzioni, obbedienti, collaborativi e riconoscenti. Chi non ci sta a fare l'AA, rifiutando la relazione gerarchica e la prospettiva soluzionista, si esclude da sè, e va escluso. 

 In parallelo allo Stato, si formano spesso anche RRP (Risolutori Risoluti Paralleli, appunto), che condividono con lo Stato lo stesso modello, ma suppliscono ad esso e/o lo infiltrano, sostituendosi e surrogandone alcune funzioni (mafie, èlites economico-finanziarie, organizzazioni militari...). 

Le stesse forme di relazione e prospettiva, perché funzionino a livello macro, devono essere forti e presenti anche a livello microsociale: il RRF (Risolutore Risoluto Familiare) rappresenta una delle roccaforti del soluzionismo gerarchico-paternalista-maternalista. In essa si traccia la strada che dà una direzione ai rapporti di coppia e a quelli genitoriali. Quando qualcuno/a cerca di uscire dalla violenza del suo modello rischia sempre di subire la violenza da parte di chi non vuole (non sa, non può) uscirne. Da qui le aggressioni dirette tra (ex)conviventi, tra genitori, tra genitori e figli e tra figli. É un circuito che si autoalimenta e non può essere spezzato (né da leggi, né da processi persuasivo-educativi), se il modello generale non cambia. 

Insieme a questo permangono, sempre più asfittici e anacronistici, gli RRS (Risolutori Risoluti della Scuola), gli RRL (Risolutori Risoluti del Lavoro) e gli RRE (Risolutori Risoluti degli Eserciti) Qui gli AA imparano per tutta la vita l'ordine unico del subordinarsi. 

Oggi questi circuiti (macro e micro) si stanno irrigidendo ulteriormente e tendono ad esprimere e generare un carico di violenza sempre più doloroso, diffuso ed ingovernabile. Gli AA sono chiamati a degli stress di adattamento simili a quelli che si è costretti a vivere in una guerra ed in un'emergenza permanenti. Guerra ed emergenza stanno passando repentinamente da una bassa ad un'alta intensità, anche per il nostro mondo di privilegiati. É inutile illudersi: se resteremo AA e proseguiremo a sostenere gli RR, ad affidarci a loro, alle loro promesse e alle loro bugie, non troveremo scampo. Nel tempo delle nostre stesse vite vivremo disastri, catastrofi, guerre e cataclismi. Intanto tutti gli RR saranno scomparsi dalla Terra, fuggiti chissà dove, magari a colonizzare e devastare altri pianeti.

martedì 21 settembre 2021

obbligati ad immunizzarci

Com'era prevedibile, siamo arrivati all'obbligatorietà del green pass. Va a sommarsi agli altri dispositivi di protezione (e non a sostituirli). E lo si vuole presentare come fonte e garanzia di libertà. Si conferma, e con ancor più rigidità, che la democrazia non può più consistere nella libertà, ma nella liberazione e, in primo luogo, proprio del 'liberarsi della libertà'. Ormai infatti la 'libertà' non è altro che la 'salute'. E la salute non è altro che la capacità di produrre e consumare. Il green pass non ha alcun valore sanitario (per questo sarebbe stata sufficiente una certificazione vaccinale): il suo compito è quello di ricattare chi non si sarebbe vaccinato, di controllare chi si è vaccinato, di 'tenere aperti' i luoghi della produzione e del consumo (compresi quelli dell'industria culturale, scuola e spettacoli). Con la consueta lucidità, Baricco ha delineato la situazione attuale: https://www.ilpost.it/2021/09/17/vaccini-green-pass-baricco/ Personalmente, il mio punto di resistenza di cui lui parla, non è sui vaccini. Anche se resto critico su varie questioni (Big Pharma e brevetti, monocultura vaccinale a discapito di altri tipi di cure, disinvestimenti sulla sanità territoriale). Per me, la fine di ogni società aperta (anche soltanto liberale, alla Popper) risiede nella digitalizzazione totalitaria e, in particolare, nella diffusione di devices orientati alla socializzazione virtuale ed alla gamificazione del mondo. Il Covid ha soltanto accelerato il processo, ed il Green pass (ben più pericoloso del vaccino) giunge nel bel mezzo di un processo già in corso da tempo, e a cui -mi pare- ben pochi si sottraggano (compresi gli stessi cosiddetti no-vax). Questo è per me incomprensibile e mi allontana dalle loro proteste. Anche perchè, nel tentativo (destinato al fallimento) di evitare il fascismo delle èlites finanziarie, apriranno proprio ad esse la strada dei nuovi governi guidati da partiti esplicitamente (e non più solo implicitamente, come oggi) di destra. Così come già accadde nei primi decenni del secolo scorso. Ci troviamo quindi schiacciati tra due possibili neofascismi, senza una terza possibilità. Nella società immunizzata, caratterizzata dall'esonero e dall'esenzione rispetto agli obblighi etici e sociali (soprattutto per coloro che ci dominano), veniamo ulteriormente colpiti da obblighi da cui non possiamo esentarci, pena la perdita del lavoro, del denaro e dell'inclusione. Solo pochi eroi o pochi eremiti si stanno rifiutando apertamente, a costo dei loro interessi. Tutti gli altri stanno silenti o cercano di limitare i danni, chiedendo limitazioni o ripensamenti. O proseguono a protestare nelle piazze e sui social. Ovviamente, senza alcun risultato. La decisione è presa, e non si torna indietro. I tempi delle mediazioni e delle argomentazioni sono trascorsi da tempo. Le democrazie liberali lasciano il passo, definitivamente, alle postdemocrazie liberiste. E' un segnale chiaro sul nostro prossimo futuro.

mercoledì 8 settembre 2021

lettera all'università

Mi intrufolo in questa discussione tra veri scienziati per proporre alcune considerazioni, rivolte a loro e a tutti coloro che, come me, si sono vaccinati ed hanno il green pass in tasca. La prima invita a ricordare che i regimi che hanno messo la protezione della salute al di sopra del rispetto della libertà personale e collettiva sono stati sempre, storicamente, totalitari e non democratici (vedi Unione Sovietica o Cina). Conosco l'obiezione: che c'è libertà solo se si è vivi e non morti. Ed infatti ci difendiamo dal pericolo di ammalarci e di morire con varie misure di protezione: distanziamento, tamponi, mascherine, vaccini. A breve si raggiungerà l'immunità di gregge: 75%/80% della popolazione sopra i 12 anni, se ho capito bene. Da quel momento, se si continua a volere e ad imporre che TUTTI si vaccinino, dovrebbe apparire a tutti evidente che l'esigenza non è più quella dell'immunità (sanitaria), ma del gregge (socio-politica). E se una maggioranza non è capace di accettare delle minoranze renitenti e cerca solo di reprimerle e obbligarle ad un'adesione coatta, ci inoltriamo verso una ditta-cura totalitaria, e non verso una democrazia. Senza libertà ci resta solo la sopravvivenza, magari in salute, ma senza più una vera vita. La seconda invita a ricordare che vivere con altri, in società, significa sempre accettare dei rischi, oltre che dei vantaggi. E che è sempre essenziale, nei conflitti, se si vuole gestire bene il negoziato, fare delle chiare distinzioni: -tra il contagio ed il contagiante (tra l'errore e l'errante): il problema è il virus, non il mio simile. -tra le posizioni di coloro che avversano la mia: continuare a rimarcare (all'opposto di quel che fanno i mass media, i politici, i governanti e molti esperti) la differenza perlomeno tra chi: a) si è vaccinato ed ha il green pass, ma è contrario all'utilizzo discriminatorio di quest'ultimo (come me, e come gran parte di coloro che hanno firmato la petizione in ambito universitario); b) si è vaccinato ma è contrario al green pass, c) non si vuole vaccinare ed è contrario al green pass; d) nega l'esistenza stessa del virus e/o crede in un complotto mondiale. Non credo sia utile proseguire a cercare argomentazioni verso i (non tantissimi) casi d). É e sarà la realtà a persuaderli, anche duramente, purtroppo. Credo invece sia utile continuare a dialogare con i casi b) e c), evitando inquisizioni alla rovescia (in cui la scienza razionale perseguita sciamani, neo-eretici e magnetisti) ed opposti estremismi-integralismi tra scientisti/antiscientisti e vax/no vax. Questo non sta accadendo, anzi. E' sempre di parte cercare chi ha iniziato. Da entrambe le parti si sentono discorsi che non rispettano le scelte dell'altro: da un lato attraverso i ricatti e gli obblighi, dall'altro con offese, attacchi e sberleffi che attaccano le persone e si nutrono di diffidenze a priori. Sarebbe intelligente ed umano, invece, ripartire da capo, senza diktat, minacce o invettive da entrambe le parti. Credo, infine, che sarebbe bene avviare un vero dibattito pubblico ed un confronto, almeno all'interno dell'Università, con coloro che, come me, fanno parte del gruppo a). É la fatica della democrazia, ma va fatta. A meno che non si preferisca, anche in questo caso, scegliere altri tipi -più autoritari e marziali- di governo delle differenze. A meno che non vi basti che ci si lasci liberi di abbaiare alla luna, più o meno tollerati. Ma ho la sensazione, e non da ora e non solo per la pandemia, che purtroppo questa sia la china che ormai abbiamo preso (e non solo all'interno dell'Università). E qui arriviamo alla terza e ultima considerazione. Ho firmato la petizione perché: -Accettare il green pass per accedere alle lezioni o in ateneo significa porre dei limiti alla partecipazione di studenti e docenti che ne hanno invece diritto in quanto tali, senza ulteriori certificazioni, in quanto cittadini che lavorano e pagano le tasse (incluse quelle universitarie e sanitarie). -L'obbligo del pass favorirebbe di fatto ulteriormente la Didattica a Distanza, soprattutto per tutti coloro che non vogliono vaccinarsi, che si aggiungerebbero a tutti coloro che -a partire da vari fattori non sanitari- già preferirebbero stare a casa, davanti ad uno schermo; -Il green pass è, al momento, soltanto uno strumento per forzare alla vaccinazione, da parte di chi non vuole (o sa di non poter) obbligare apertamente ad essa. Rappresenta quindi un escamotage: pretende di evitare e saltare la questione morale che la scelta libera imporrebbe sempre in forma dilemmatica, tra esigenze del singolo e della collettività e tra istanze di protezione e istanze di relazione. Dilemmi che attanagliano sempre anche me, e credo e spero anche molti di voi, nella nostra perpetua docta ignorantia.

domenica 8 agosto 2021

su genova, vent'anni dopo

ho inviato questo articolo ad un giornale di area che non l'ha pubblicato...(strano, no?) Ripensare a noi. Come già mi avete permesso di rimarcare in quella breve frase nel vostro numero di luglio, continua a permanere un vuoto, che ha continuato a restare tale in tutti questi anni, e che dipende soltanto da noi: la necessità di un'autocritica da parte nostra. Sulle nostre scelte di allora, sui metodi e sulle forme da noi adottati, sulla caratura etico-politica complessiva delle strategie che il movimento assunse, più o meno consapevolmente e democraticamente. Proverò quindi a tracciare qui alcune considerazioni, a lungo meditate certo, ma ancora vive e accese in me, perlomeno quanto la dolorosa, esaltata e rabbiosa memoria di quei giorni. A vent'anni da Genova anche le voci dell'establishment possono permettersi di riconoscere ora (ora che è troppo tardi, per l'umanità e per il pianeta) che quel movimento aveva tutte le ragioni del mondo. Ed era molto forte, perché teneva insieme tutte le voci del mondo: era infatti caoticamente unito, adeguatamente organizzato, ma altamente differenziato, giovanissimo e radicato nelle esperienze trascorse. Un movimento di movimenti, come si amava dire allora. Imbattibile, sul piano delle argomentazioni culturali e della lotta politica. É per questo che poteva essere sconfitto solo in guerra. L'avversario ne era consapevole. E, inevitabilmente, guerra fu. Tartarughe senza guscio. Come mi capitava in quegli anni, avevo lavorato a lungo -sia come trainer che come facilitatore- per preparare gruppi all'appuntamento di Genova: la formazione all'azione nonviolenta dei gruppi d'affinità (GdA) di Rete Lilliput era stata la mia attività primaria dell'anno 2000, sia nella mia città (all'interno di quella che allora si chiamava 'La casa di Alex', un luogo -a Cagliari- dedicato all'amico Alex Langer), sia in giro per l'Italia. Con i nostri modesti mezzi eravamo comunque giunti al G8 con varie decine di GdA, abbastanza formati, coordinati ed agguerriti, come non si vedeva dai tempi di Comiso. Ma già da quando ci trovammo a campeggiare nel parco di Albaro capimmo che la situazione era ancora più problematica di quel che ci potessimo attendere: ci trovammo a convivere lì con l'area 'nera' ed a verificare che i 'black bloc' esistevano e si stavano preparando allo scontro aperto (smontando panchine, recuperando spranghe dai cantieri, accumulando sampietrini...). Ma, fatto ancora più grave ed inquietante, che alle nostre denunce di questi fatti si rispondeva con aria di sufficienza e rassicurazioni (da parte del Genoa Social Forum-GSF) e col silenzio (da parte delle forze dell'ordine, più volte -e inutilmente- da noi allarmate). La sottovalutazione di quel fenomeno (che, col senno di poi, manifestava anche un certo grado di collusione) si sarebbe rivelata decisiva per lo svolgimento violento e fuori controllo dei giorni successivi. Soltanto pochi di noi intuirono che si stava preparando un gran trappolone e provarono a prepararsi e a denunciarlo: sia attraverso un approfondimento formativo, più centrato sull'eventualità di scontri violenti, sia attraverso interviste e prese di posizione pubbliche che manifestavano preoccupazione per quel che stava probabilmente per accadere. Ma, anche in questo caso, il GSF reagì contro di noi, accusandoci di eccessivo allarmismo e continuando a guardare con aria di sufficienza ai 'giochi di guerra' simulati nei nostri training. In generale, la sensazione più forte che allora ebbi (e che si è rafforzata negli anni) è che arrivammo a quell'esperienza come tartarughe senza guscio, ingenuamente propense a minimizzarne i rischi, sostanzialmente impreparate alla gravità e durezza della situazione reale e collettivamente incapaci di contestualizzarci in corsa rispetto ad essa. Certamente quel che accadde superava l'immaginabile, ma non per questo possiamo esimerci dal considerare i nostri limiti d'approccio, di previsione e gestione degli eventi, che contribuirono ad accentuarne distruttività ed ingovernabilità. Gusci senza tartarughe. Ma, per comprendere pienamente le nostre responsabilità nel disastro genovese, all'ingenuità ed impreparazione dell'area nonviolenta (bianco-rosa) dobbiamo necessariamente aggiungere delle considerazioni critiche sull'atteggiamento tenuto dalla cosiddetta area gialla, che accomunava disobbedienti, tute bianche, centri sociali. Un'area che, pur accettando tatticamente la non-violenza, non ha mai rinunciato alle sue modalità tradizionali d'azione politica: -da un lato, ai suoi rituali da falange militarmente organizzata (la concentrazione dentro lo stadio Carlini, le esercitazioni con scudi e caschi, la formazione in cortei 'a guscio', la leadership carismatica ed accentrata, i linguaggi contro-simmetrici...); -dall'altro, alla sua ricerca ossessiva di visibilità massmediatica, anche a costo di tentare mediazioni sottobanco con la polizia per concordare ipotetiche 'invasioni simboliche' della zona rossa, ad uso e consumo delle telecamere già famelicamente appostate. Nel primo caso, l'ironia parodistica sottesa (a loro dire) nell'atteggiamento paramilitare esibito, non venne colta (com'era lecito e prevedibile attendersi, e come più volte avevamo rimarcato a Casarini & C.) da militari e poliziotti, che reagirono di conseguenza a quella malriuscita imitazione e decisero di caricare (ferocemente e senza alcun senso della proporzione) i manifestanti in via Tolemaide ed in piazza Alimonda (con le conseguenze tragiche che conosciamo). Nel secondo caso, all'opportunismo dei nostri compagni di strada la questura (ed il ministro) risposero con l'opportunismo dei potenti: prima promisero (forse) e poi non mantennero (di certo): al primo accenno di 'invasione' attaccarono gli impudenti che credevano di essere furbi e finirono fregati. Ma il loro fallimento trascinò con sé anche il nostro, provocando un'ulteriore escalation del livello di scontro e di violenza, un aumento esponenziale della rabbia e del risentimento, sia tra i manifestanti che tra i loro avversari armati. Non si fanno prigionieri. Quel che accadde il giorno successivo era perciò nelle cose. Cercammo di intervenire in assemblea, quella notte, per scongiurare l'arrivo di nuove persone, che erano state convocate da tempo per il corteo di massa finale. Per quanto mi riguardava, incominciavo a dubitare che un altro mondo fosse possibile e che chi avevamo di fronte ritenesse più probabile mandare noi, all'altro mondo... Ci sembrava che la situazione -dopo gli scontri brutali e l'uccisione di Carlo Giuliani- fosse decisamente cambiata rispetto ai giorni prima e che necessitasse di un ripensamento radicale delle modalità d'azione e di presenza in loco. Ma ancora una volta il GSF non tenne conto delle controproposte e decise di confermare il programma previsto, contro il parere mio e di molti altri. Si era ormai entrati in un clima di guerra, l'avversario era riuscito ad imporre il suo gioco e a portarci nel suo campo. Da quel momento, mi furono chiare da subito due cose: A: che se al corteo dell'indomani non fosse successo nulla di grave, questo sarebbe dipeso soltanto dalle scelte dell'avversario di non infierire ulteriormente al momento, consegnandoci così totalmente alle sue decisioni e non alle nostre. E che, B: se questo sarebbe accaduto, l'avversario avrebbe comunque scelto un altro momento -meno pubblico e visibile- per vendicarsi e scatenare la sua rabbia contro di noi. La prima cosa accadde, e fu un miracolo: più volte si rischiò che la situazione degenerasse e che il corteo venisse attaccato e finisse in mare (con conseguenze incalcolabili che ancora oggi mi danno i brividi anche solo a pensarci). La sera, allora, feci un giro alla scuola Diaz, dove ci avevano proposto di andare a dormire per l'ultima notte: la situazione lì era fuori controllo, totalmente sfuggita di mano al GSF: se fossi stato un poliziotto, ne avrei approfittato per realizzare quel che, nella mia mente spaventata e lucidamente folle, avevo chiamato piano B. Persuasi i membri del mio gruppo (anche litigando per questo con alcuni di loro) a distribuirsi in case di amici genovesi ed invitai caldamente tutte le persone che conoscevo, e che incontravo nei paraggi, a non dormire alla scuola. Nel cuore della notte, assistemmo impotenti alla tv al macello messicano che sappiamo. La polizia aveva deciso di non fare prigionieri, di non lasciare superstiti, di vendicarsi oltre le regole di ingaggio, come accade sempre in una guerra. Ed il terrore di quei giorni, e soprattutto di quella notte, è rimasto -così come era nelle loro intenzioni- nei nostri corpi, ed anche in quelli di chi non c'era ancora, per tutti gli anni a venire, ed ancora oggi. Non decretò solo la strage di chi l'ha vissuta. E neppure soltanto la fine di quell'imbattibile movimento dei movimenti, lasciandolo senza fiato e senza più moto alcuno. Decretò la fine della possibilità di un'azione politica che non si iscrivesse immediatamente nella dimensione del terrore e nella guerra, come i fatti del settembre successivo ineluttabilmente confermarono per l'umanità intera. Da quel momento, infatti, i poteri dominanti hanno compiuto lo scatto finale: le parvenze democratiche hanno sollevato il loro sipario e mostrato la verità dello spettacolo a cui ancora oggi stiamo assistendo, così come siamo divenuti da allora: sparpagliati, silenti, spaventati, attoniti.

lunedì 2 agosto 2021

pass(aggi) obbligati

Le emergenze catastrofiche si sovrappongono ed intrecciano sempre più frequentemente e pericolosamente. Per quanto ci si impegni, non è più possibile rimuoverle. Una possibilità poteva risiedere nell'accrescere la nostra capacità di stare nell'incertezza, rafforzare fiducia e relazioni, accogliere i rischi del vivere: in sintesi, nell'imparare a giocare con la catastrofe. Ma abbiamo preso un'altra strada, quella del securitarismo: militare, digitale, sanitario. Ed ora eccoci di fronte ad una serie di passaggi che ormai non possono che apparirci obbligati. La nostra libertà si riduce ancor più ad una serie di obblighi a cui dover soltanto obbedire. Chi ama la libertà e la vita più della sopravvivenza e della salute dovrà però non smettere di ricordare a se stesso e a tutti che, anche in questo momento, si potrebbe scegliere diversamente. Mi sono vaccinato ed ho in tasca il green pass. Ma questo non significa che accetti la logica dell'obbligo, anzi. Credo sempre nel valore dell'obiezione e della disobbedienza, anche da parte di chi lo fa a partire da credenze che non sono le mie. Non mi affido ad ideologie rigide, pregiudizialmente schierate, che siano scientiste o anti-scientifiche. Per questo, mi dichiaro assolutamente contrario all'obbligo del vaccino e del green pass generalizzato. Concentriamoci invece nel cercar di raggiungere al più presto l'immunità di gregge, così come avviene per altre epidemie: vacciniamo tutte le persone disponibili a farlo, e lasciamo in pace tutti coloro che non lo vogliono. Se qualcuno ritiene che il rischio di vaccinarsi sia superiore a quello di non farlo, va rispettato. Se è disposto a pagare i costi della sua scelta divergente, va rispettato. E se i costi economici della sua scelta ricadono sulla collettività, dobbiamo comunque continuare a curare chi si ammala: ne ha diritto in quanto cittadino che paga le tasse, indipendentemente dalle sue scelte vax o no-vax. Per certe situazioni di contatto (contesti sanitari, scolastici, pubblici, di cura...) si potrebbe rendere obbligatoria una certificazione, ma non solo attraverso il vaccino. Si dovrebbe proseguire a richiedere solo un tampone, periodico e gratuito. E/o l'uso della mascherina al chiuso, sempre (ad esempio, per impiegati pubblici, camerieri, baristi o ristoratori). In determinati contesti, si potrebbe comunque sempre lasciare alle persone che li vivono la possibilità di volersi assumere consensualmente il rischio di incontrarsi e lavorare insieme senza richiedersi nulla a vicenda, senza obblighi reciproci. Le regole specifiche di relazione, se consapevolmente assunte, hanno sempre infatti un valore superiore per me rispetto a quelle che ci obbligano per legge.

venerdì 5 giugno 2020

uomo avvisato...ma non salvato!


Siamo agli ultimi avvisi.
Dopo, ci saranno solo i titoli di coda. E le lacrime di coccodrillo, e i gemiti dolorosi degli uomini.
La catastrofe ha indossato la sua corona regale e si aggira nelle nostre vite, alla faccia di malinconici indizi e istinti di ripartenza. Solo colpi di coda di un gigante ormai impazzito e irredimibile. Siamo solo patetici nel nostro irrimediabile riprendere e riprenderci.
Una bella botta è finalmente arrivata addosso come un tir in corsa, proprio a noi che correvamo per le strade come formiche isteriche, distrutte di lavoro, di non-lavoro e di forsennate, insensate esistenze.
Non si è trattato, come altre volte, di catastrofi limitate, circoscritte, brevi o lontane.
E ci ha colpito per sempre, perlomeno per il tempo di chi vive, è nato, cresce in questi e nei tempi prossimi a venire.
I proclami dei nostri governanti promettono ancora pace e prosperità, ma chi li ascolta spera per un attimo, ma ormai sa. Lo sappiamo, lo sentiamo tutti.
Sappiamo che non ne usciremo più, vivi.
Quanto più cercheremo di uscirne, ma con i soliti mezzi ed i soliti fini (che da tempo coincidono), e più sprofonderemo negli abissi, più aumenteranno le probabilità ed i rischi di catastrofi di massa come quelle appena vissute.
Il pericolo non viene da fuori.
Siamo noi, i nostri stili di vita, i nostri consumi a generare le condizioni perchè i virus si moltiplichino e si diffondano tra specie.
Siamo noi, le forme organizzate ed istituzionali che abbiamo dato alle nostre società, a determinare quella gestione catastrofica delle catastrofi e delle ripartenze che ci condurrà a finire miseramente.
Siamo noi a uccidere noi stessi e a tentare di far fuori la Terra su cui poggiamo i piedi.
Vedrete che ce la faremo.

PS: Un ultimo consiglio di lettura, che riassume in breve quasi tutto quel che ho scritto su questo blog e sui miei libri: Donatella di Cesare, Virus sovrano ?, Bollati Boringhieri, appena uscito.
Forse potete trovarlo ancora anche in edicola, perchè c'è stato un anticipo del testo, abbinato a Repubblica-L'Espresso, a fine maggio.
PPS: Credo che ora riprenderò a tacere su queste pagine, almeno per un po', sino alla prossima catastrofe. Riprendo a far parlare la realtà. Le parole, tanto, stanno a zero...

lunedì 1 giugno 2020

no potho respirare


Da molto tempo non andavo a sedermi e a leggere al giardinetto.
La situazione è peggiorata: sporco, abbandono, barboni sempre più chiassosi ed ubriachi, più numerosi e più giovani, in una miseria del corpo e dell'animo sempre più evidenti, nude vite che urlano il dolore e la loro ulteriore mortificazione, in un disincanto senza rimedio.
Si fanno compagnia così, umani come sono, tra sberleffi e liti, parolacce e sapienti rivelazioni su se stessi o sul mondo, cartoni di vino e vetri rotti di bottiglie scolate tra i ricordi e le mense della Caritas.
A Minneapolis, e in vari slums degli USA, i neri miserabili e bistrattati si ribellano al grido di 'I can't breathe!'. Sì, anche qui, nella vita borghese che ancora conduciamo, non si riesce a respirare.
Ma per i poveri, e i neri di sempre, c'è un ginocchio che preme fatale sul collo.
E per soffocarli non vogliono neppure più spendere i soldi per cappio e forca.
In tutta risposta, i potenti ed i riccastri di turno si assidono sul trono e tornano sprezzanti alla conquista dello spazio, lanciando in aria i loro dispendiosissimi dragoni celesti.
Che la terra resti irrespirabile... Loro vanno a respirare in cielo, per vivere lì, come dei che si oppongono alla vita degli uomini con il loro sogno mortifero di immortalità (ed immoralità).

    Come il capitalismo e a differenza del cristianesimo, la religione medica non offre prospettive di salvezza e di redenzione. Al contrario, la guarigione cui mira non può essere che provvisoria, dal momento che il Dio malvagio, il virus, non può essere eliminato una volta per tutte, anzi muta continuamente e assume sempre nuove forme, presumibilmente più rischiose. L’epidemia, come l’etimologia del termine suggerisce (demos è in greco il popolo come corpo politico e polemos epidemios è in Omero il nome della guerra civile) è innanzi tutto un concetto politico, che si appresta a diventare il nuovo terreno della politica – o della non-politica – mondiale. È possibile, anzi, che l’epidemia che stiamo vivendo sia la realizzazione della guerra civile mondiale che secondo i politologi più attenti ha preso il posto delle guerre mondiali tradizionali. Tutte le nazioni e tutti i popoli sono ora durevolmente in guerra con sé stessi, perché il nemico invisibile e inafferrabile con cui sono in lotta è dentro di noi. (da https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-la-medicina-come-religione )

Non ci basta più di vivere al centro, non ci basta più di scacciare via da lì le mille periferie del mondo. Perchè quel che è accaduto mette in angoscia la città, le metropoli, i centri. E mostra di nuovo la salute e la potenza dello star fuori, dell'isolarsi, del distare.
E' anche qui che si sta giocando il conflitto tra Nord e Sud Italia: quelli che sono in vantaggio nel mondo (economico) si rivelano non esserlo nel vivere e nel morire.
La quantità non corrisponde alla qualità, anzi pare proprio che valga l'inverso.
Le zone extraurbane, le isole, le realtà pastorali ed agricole non industriali, le aree non metropolitane hanno superato questa crisi sanitaria molto meglio delle città e dei centri globalizzati.
Sono sistemi che resistono meglio alle catastrofi epidemiche: più distanza, meno stress, aria più pulita, difese immunitarie sveglie, sonni più profondi e silenziosi, scorrere del tempo senza corse.
Lo so che la vita rurale non è per nulla tutto rose e fiori, anzi.
Lo so che da lì viene e verrà gran parte dei voti all'estrema destra populista: ed anche da qui si intravede la sconfitta progressiva della città, e dei suoi cittadini più colti ed agiati, anche nella dimensione della politica 'democratica'.
Ma è da lì che sta arrivando l'odore (il profumo, la puzza) di nuove rivolte.

I nuovi feudatari post-moderni difenderanno allo stremo e con ogni mezzo la loro ricchezza ed i loro crescenti privilegi contro la massa crescente di impoveriti, disperati, nuovi perdenti alla roulette del mercato globale.
Anche se dovessero finire nel bunker della Casa Bianca, assediati da Joker impazziti, arrabbiati e in rivolta, come sta accadendo alla famiglia Trump in questi giorni.
Sapranno come reagire, hanno i loro eserciti e le loro polizie, e le useranno contro il popolo, come sempre.
I media ed i politici, i negozianti e i banchieri blaterano di ripartenza e rinascita. Noi stessi, desiderosi sempre di vivere, riprendiamo a respirare e a camminare.
Ma il nostro futuro, che era già soltanto anteriore , ora si fa remoto: un futuro remoto ed in remoto.
Remoto perchè assomiglierà sempre più ad una modernità regressiva, arretrante, pre-moderna, contro-democratica, feudale. Un ritorno al futuro che ritorna indietro per tentare di andare avanti.
Ed 'in remoto' perchè il nuovo totalitarismo, inaugurato con questa emergenza, sarà gestito attraverso il distanziamento sociale ed il controllo informatico-sanitario-securitario (https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-biosicurezza).

Al proposito, il prof. Zan-grillo parlante l'ha finalmente detto: 'il pericolo clinico è finito, ma qualcuno vuole continuare a terrorizzare il paese'. Parte certamente da premesse ed intenzioni opposte alle mie (lì è il capitalismo intensivista a ruggire, che quel che doveva avere in pasto l'ha avuto, ma che ora è come un leone che non vuole più stare in gabbia; non è un caso che sia il medico personale di Berlu); ma dice la verità.
Quel che sta accadendo da almeno un mese a questa parte non ha più nulla a che vedere con il virus e con i rischi di contagio (https://www.valigiablu.it/nuovo-coronavirus-svezia/) , ma è totalmente all'interno della sola dinamica bio-politica e delle sole istanze di controllo territoriale degli stati.
Il che si dimostra col fatto che le decisioni non si basino più sui contagi e sui fattori di rischio, come avevano ipocritamente annunciato all'inizio della fase 2; ma si basino sulle divisioni territoriali (regionali) e sui diversi rapporti di potere intercorrenti tra loro e nei confronti dello stato nazionale, a partire da statistiche economiche e non sanitarie (oltre che da calcoli elettorali feudali, ovviamente).
Il modello detentivo prolungato, mutuato dal nostro medioevo feudale passato e dalla dittatura cinese, modello feudale del nostro prossimo futuro remoto, resterà nell'aria, come il virus stesso.
E ci ripiomberà addosso, ogni volta che servirà e molto prima di quel che speriamo nel nostro illusorio tirare un sospiro di questi giorni.
Dico sospiro e non respiro, perchè -chi sa guardare il futuro- non può che restare in apnea, in attesa del futuro remoto che bussa alle porte.
Non si sta aprendo la porta, ma solo una piccola finestra. E, nel frattempo, i cancelli si sprangano e si rifiniscono i dettagli delle gabbie in cui proveranno ancora a farci vivere.