sabato 21 gennaio 2017

indonesiamo

Sì, non sembra vero, ma alla fine siamo arrivati anche qui, in Indonesia...
Viaggio comodo (su un enorme A321 a due piani con le hostess che ti fanno le foto con la polaroid) ma interminabile, con scalo nella strambissima Dubai, misto di burka e petrodollari, integralismo di facciata e postmodernismo cinico-monetario.









Jakarta è una megalopoli terribile e divertente, dieci milioni di abitanti ufficiali, traffico pazzesco, slums infiniti.
Poche cose da vedere, molte da curiosare, lingue e colori, cibi e sapori nuovissimi.
La lotta, ancora in corso, è quella per dormire.
Il jet lag è ferocissimo, ci stiamo risistemando solo ora, dopo 4 notti.
E il caldo, sino a quando non piove (cosa che comunque accada quasi sempre il primo pomeriggio), è asfissiante. Per non parlare del continuo ronzio delle pompe di calore; ci siamo trasferiti dopo la prima notte funestata proprio dal motore dei condizionatori dall' hotel Tator a quello di Margot - entrambi con finestre che non si aprivano.
Quindi primi giorni un pò da zombie, con notti quasi insonni, e momenti di sonno atroce durante il giorno, quando siamo però in giro.
Oppure ci si addormenta alle 4 e ci si sveglia alle 11, e così via.







Da ieri abbiamo lasciato la giungla metropolitana e ci siamo rifugiati ad un'ora e mezza, nell'interno, alla città giardino di Bogor. Arrivati alla stazione, ci siamo imbarcati su due becak (una sorta di bici-riksciò) condotti da smilzi e resistenti ometti, che si sobbarcano salite e pesi, e ti fanno sentire in colpa.
Alla fine gli dai più soldi di quello che hai pattuito, che era già molto di più di quel che guadagnano di solito.
Alla guest house di Malabar park è tutto molto occidentale, ma parlano solo bahasa (la koinè artificiale indonesiana). La timidissima receptionist quattordicenne per comunicarci qualcosa si studia la traduzione inglese da Google translator e viene da noi a recitarcela leggendo un foglietto.
Ci capita che piccoli studenti ci fermino per strada e vogliano fare conversazione in inglese, a fini scolastici, con tanto di foto finale.
Se guardi le persone, soprattutto le donne, anche solo per un attimo, subito ti sorridono e ti salutano, spesso ti chiedono chi sei, da dove vieni, o ti fanno domande sulle collane che porti o ridono per come ti vesti o ti tieni per mano mentre cammini (qui stanno tutti abbastanza separati e non ci sono gesti affettuosi in pubblico, né tra amici, né tra amanti).
La situazione è sempre tranquilla, rassicurante, quasi sedata, pur nella frenesia del traffico e dei vari lavori, più o meno informali. Molta gente dorme in metro mentre viaggia.

Anche poliziotti e militari (ma quanti sono ?) ci sorridono e ci fermano per fare foto con noi e i loro mitra, come se fossimo Brangelina.
Non si corrono rischi, il controllo sociale è elevatissimo, rispondono con anticipo ai tuoi bisogni, ti aiutano con piacere e sollecitudine.
La presenza militare è, però, abbastanza asfissiante.
Si sente che il regime non è tranquillo: la sperequazione tra ricchissimi e poverissimi è lampante ed enorme, i grattacieli sono circondati da semplici palazzine e milioni di baracche, spazzatura e fogne a cielo aperto convivono con altissima tecnologia e migliaia di banche.

Bogor è la città giardino perchè al suo centro, circondato dal solito casino, si situa un grande giardino botanico, lasciato in eredità dai colonizzatori olandesi e britannici.
Ma è anche chiamata la città della pioggia, per ovvi motivi.
Ieri ci siamo trovati dentro il primo forte acquazzone, proprio mentre visitavamo l'orchidarium.
Ci siamo trovati dentro un paradiso vegetale e di acqua, con alberi mastodontici e altissimi (ceiba e kapok), mitologici (le sigizie, che crescono sempre doppie), e i fiori di loto con i cerchi verdi idrofili che sembrano grandi piatti da portata.
E tutti i tipi di palma, dalle chicas alla datterine, dalle washingtonia alle canariensis, sino a quelle bellissime che sembrano ventagli al vento o code di pavone o lingue di rettile o danzatrici di wayang.
E le foreste di bambù giganti, le foglie di tutte le forme e geometrie, le liane e gli intrecci innumerevoli.

Al mercatino abbiamo assaporato i primi litchi e, ieri a pranzo, mi sono gustato una coppa gelato al durian, un grande frutto dolce e talmente puzzolente che è vietato portarselo dietro in treno o in luoghi pubblici, con tanto di segnale di divieto.
Vivi non lo sopporta, le da la nausea, e fa strane smorfie mentre me lo pappo.
Qui le cose non costano nulla e ci sentiamo dei ricchi capitalisti in vacanza.
Stiamo spendendo non più di 35 euro al giorno a testa, tutto incluso, più o meno la metà di quel che si spende -con i nostri standard di viaggio- in Europa.









































Ora stiamo attraversando in treno il lungo percorso (600 km) che va da Jakarta-Gambir (una stazione centrale misteriosa nominata da tutti, ma nella quale non fermano i treni di passaggio) a Yogyakarta. Ci siamo svegliati alle 5, saltati su un bemo, poi sul trenino da Bogor, poi su un tuk tuk, ed ora su un bel treno di prima classe, con vagone ristorante, in cui ci siamo subito gettati affamatissimi sul solito nasi goreng (riso fritto) e thè o caffè nero turco.
Sui treni ci sono alcuni vagoni solo per donne, mentre gli altri sono misti.
Per sbaglio ci siamo seduti in uno dei primi, e siamo stati subito avvisati.
La parte nord dell'isola di Giava, quella pianeggiante, è tutta verde di risaie.
Aggireremo i monti e  i vulcani, dovremmo raggiungere la nostra meta verso le quattro.
C'è un bel tempo fuori, in attesa della solita pioggia pomeridiana.
Il verde è scintillante, le mondine e i contadini sono al lavoro, i villaggi si succedono con le loro casette autoprodotte, lamiere ed eternit, i banani e i manghi, le palme e le papaye.


In giro anche tanti gatti, tutti magrissimi, e mai un cane. Tante zanzare, contro qualsiasi Autan...










Ed eccoci a Yogyakarta dove staremo la bellezza di quattro notti...







sabato 14 gennaio 2017

minculpop

                                                                                                                        A Tullio De Mauro
                                                                                                                          in stupid memory


Vado a letto presto, tra malinconia e relativo sconforto.
Ho appena ascoltato ad Otto e mezzo un dibattito sulla cultura in Italia, a cui hanno partecipato tre persone colte e più che laureate: la dott.ssa Jatta, neo direttrice dei Musei Vaticani, l'editore Laterza e l'onnipresente massmediologo tuttologo Carlo Freccero.
Una conversazione che purtroppo però ha confermato ampiamente l'assunto: il basso livello della nostra cultura, e soprattutto della politica.
Un triste spettacolo.
Se questi sono i nostri intellettuali...!
L'altro giorno ho sentito il ministro Calenda criticare il management di Alitalia riuscendo a non usare mai un congiuntivo in grazia di Dio.
Sappiamo quali studi abbia compiuto la nostra attuale ministra dell'Istruzione.
Ma il problema va ben oltre quel che studiamo, quanto e per quanto tempo.
Se la cultura delle persone coincidesse con la scolarizzazione non ci troveremmo in questo stato.
La scuola oggi è più una fonte di problema che di soluzioni.
La cultura ha a che vedere con la nostra capacità di vedere la realtà da prospettive non banali.
Ha a che vedere con l'intelligenza delle situazioni, delle relazioni e dei contesti.
La scuola su questo non aiuta, anzi.
Per farvi capire meglio uso un esempio alla rovescia.

Mercoledì ho fatto esami: 6 iscritti, si sono presentati in 3 (e già questo...)
L'esame era alle 9.00, ma a quell'ora c'era solo una studentessa.
Entra e vorrebbe presentarmi il programma che non ho ancora impartito. All'ultimo anno ancora non ha capito che non si può dare al primo semestre un programma che sarà svolto solo al secondo.
Mi commuove raccontandomi che l'anno scorso le sono morti di cancro entrambi i genitori cinquantenni. E accetto allora di farla parlare di Fare il morto.
Se l'è tutto letto per bene, sottolineato, ci ha riflettuto molto sopra.
Speranzoso, le chiedo: come pensa di elaborare il lutto della morte dei suoi genitori ?
Risponde: ma ho già elaborato tutto, sto riuscendo a rimuovere totalmente quel pensiero e sto vivendo la mia vita serenamente. Cosa volete dire ad una così ?

Il secondo studente arriva alle 11.30, trafelatissimo e di corsa dalla biblioteca.
Solo in quel momento ha scoperto il mio avviso che metteva l'esame alle 9.00.
E' laureato in filosofia, con un interessante tesi sulle Medical humanities; sembra vivace e interessato, cerco di fare un esame un po' più profondo del solito.
Un po' meglio della media, ma -appena il livello sale- non ce la fa.
Gli do 28 e gli spiego perchè non posso andare oltre, anche se l'avrei desiderato.
Lui mi risponde: Non si preoccupi, tanto questo esame non fa media, mi servono solo i crediti.
Aaargh...!

Resto in studio dopo il pranzo e, alle 16, arriva la terza studentessa, che ovviamente non aveva visto l'avviso che anticipava l'esame alla mattina.
La ricevo comunque, ma quando le chiedo di provare a connettere i testi fra loro a partire dal tema del programma (Giocare tra Eros e Thanatos), la candida candidata candidamente ammette di aver studiato i testi senza leggere il programma e senza contestualizzarli nella cornice da me proposta.
Le dico che su queste basi per me non è possibile che lei dia l'esame.
Lei insiste sul fatto che i testi li ha letti e li ha capiti, e che quindi può darlo.
Ma non ha la minima idea di come quei testi c'entrino col tema.
Le dico di rivederli alla luce della 'rivelazione' appena avvenuta e di tornare a febbraio.
Lei mi dice che a febbraio non può, al che io le dico che io -data la situazione-non posso a gennaio.
Sta quasi piangendo quando esce dallo studio, come se fosse stata lei a subire un torto o un affronto ingiustificato.

Avete capito cosa intendo per 'basso livello culturale' ?


giovedì 12 gennaio 2017

occhi neri

I due Occhionero, Fra-massone e Matta-hari, dal loro bivano-divano, si sono presi gioco per mesi di password e username, segreti e protezioni, e soprattutto dello Stato. Lo Stato che tutto controlla e che tutto spia, a sua volta spiato. Che risate! Uno stato che ne esce con gli occhi neri, sempre bravo a sorvegliare e punire gli sfigati, ma inerme di fronte ai più furbi o potenti di lui.
Molto rassicurante.

Una ragazza è stata bruciata sulla porta di casa dal suo ex.
Appena si è rimessa in piedi ha implorato i poliziotti di liberarlo, perchè la ama, si sono sempre amati, e non può essere stato lui a farle del male.
Cos'altro vuole ancora ? Un occhio nero ?
Non credo che a lui basterà, in futuro. Vorrà la sua vita, per amore.

Grillo si è preso l'ennesima sberla dal potere costituito dei partiti.
Si aggira con l'occhio nero, e urla all'establishment che trema e tradisce.
Intanto, perde i pezzi. Gli altri sono a pezzi, ma ci dominano e sbeffeggiano.
E ci fanno neri, gli occhi e il resto.

La CGIL si è presa l'ennesima sberla dal potere costituito dei partiti.
L'imparzialissima Consulta le ha bocciato il quesito sull'articolo 18.
Ma come si fa ancora a credere che raccogliendo firme e indicendo referendum si possa ottenere qualcosa ?
Primo: non te lo fanno fare. Secondo: se te lo fanno fare, e lo vinci, se ne fregano.
Bisognerebbe mandare i camalli ad aspettare Amato e i suoi sodali fuori dal Palazzo e dargli un pugno in mezzo agli occhi. Così, senza dir nulla.

Un ragazzino di 16 anni ha assoldato il suo amico del cuore di 17 per far uccidere i suoi genitori con un'ascia. L'hanno fatto, l'altra notte, apparentemente senza rimorsi.
Poi, sono andati a giocare con la playstation.
In fondo, sono solo passati da un videogame a un altro.

Pigliaru e Gentiloni insieme all'ospedale.
Leader malati per sistemi malati.
Non li hanno ricoverati all'ospedale di Nola.
Li hanno curati ben bene.
E torneranno presto al lavoro, minacciano...



mercoledì 11 gennaio 2017

qui e lì, dove c'incontriamo...

Quando ci svegliammo, Colette stava preparando del pane tostato e versando il tè nelle tazze, e lei ed io eravamo allacciati l'uno all'altra, braccia e gambe intrecciate. Non ne fummo sorpresi, perchè tutti e due eravamo coscienti di qualcsa di più sorprendente: durante la notte ognuno di noi aveva addormentato il sesso dell'altro, non soddisfacendolo, o disdegnandolo, ma seguendo un altro tipo di desiderio, cui ancora oggi è difficile dare nome....Trovammo, l'uno nelle braccia dell'altra, un modo di partire insieme, un mezzo di trasporto per andare altrove. Ci eravamo sistemati, assemblati, come per formare una slitta o uno skateboard (Solo che gli skateboard non esistevano ancora). La destinazione non era importante. Ogni partenza ci portava verso una zona erogena. Ciò che contava era la distanza che ci lasciavamo alle spalle. Ci nutrivamo l'un l'altro di distanza a ogni colpo di lingua. Dovunque la nostra pelle si toccasse, c'era la promessa di un orizzonte.

La volta successiva...io mi tolsi tutti i vestiti e lei si mise una camicia da notte ricamata e larga. Una volta assemblati, potevamo partire. Viaggiammo di osso in osso, di continente in continente. Ogni tanto parlavamo. Non frasi, o parole affettuose. I nomi di parti del corpo e di luoghi. Tibia e Timbuktu, grandi labbra e Lapponia, coclea e oasi. I nomi delle parti diventavano vezzeggiativi, i nomi dei luoghi, parole in codice. Non stavamo sognando. Eravamo semplicemente i Vasco da Gama dei nostri due corpi. Facevamo un'estrema attenzione al sonno dell'altro, non ci dimenticavamo mai l'uno dell'altra. Quando lei era immersa nel sonno, il suo respiro era come spuma del mare. Mi hai portata fino in fondo, mi disse un mattino.
Non diventammo amanti, eravamo a malapena amici e avevamo poco in comune. A me non interessavano i cavalli, e alei non interessava la stampa anarchica. Quando ci incrociavamo alla scuola d'arte non avevamo niente da dirci. La cosa non ci preoccupava. Ci scambiavamo dei baci leggeri, -sulla spalla, sulla nuca, mai sulla bocca- e ce ne andavamo per la nostra strada, come una vecchia coppia che si trovi a lavorare nella stessa scuola. Non appena scendeva la sera, ogni volta che potevamo, ci ritrovavamo per fare la stessa cosa: passare l'intera notte l'uno nelle braccia dell'altra e, in questo modo, partire, andare altrove. Più e più volte.

All'inizio le mie erezioni recidive erano una distrazione, ma una volta che lei ebbe dato loro nome -le chiameremo Londra!  aveva detto-  trovarono la loro collocazione e finirono per essere non più urgenti - o altrettanto urgenti- dell'odore di felce umida del suo sudore, delle sue ginocchia rotonde, o dei peli scuri e ricci nel buco del suo culo. Tutto, sotto le coperte, ci portava altrove. E altrove, scoprivamo la misura della vita. Spesso di giorno la vita sembrava piccola. Per esempio, quando disegnavamo i calchi in gesso delle statue romane nei corsi d'arte dell'antichità sembrava piccolissima. Sotto le coperte mi tastava le piante dei piedi con le dita e sospirava 'Damasco'. Io le pettinavo i capelli con i denti e sibilavo 'scalpo'. Poi, quando questi o altri gesti si facevano più lunghi e lenti e ci arrendevamo a un sonno condiviso, i nostri corpi calcolavano le distanze inimmaginabili che l'uno offriva all'altro, e partivamo. La mattina non dicevamo niente. Impossibile costruire delle frasi. O lei andava a lavarsi i capelli, o io mi affacciavo alla finestra ai piedi del letto a guardare Coram's Fields e lei mi lanciava i miei pantaloni.

Il desiderio senza nome che Audrey e io condividevamo si esaurì inesplicabilmente come era cominciato; inesplicabilmente solo perchè nessuno dei due cercò una spiegazione. L'ultima volta che dormimmo insieme...lei andò a letto per prima...Fuori c'era la luna piena e tutti gli alberi intorno a Coram's Fields erano distintamente visibili. Li osservai in ogni loro dettaglio con un piacere che conteneva un'anticipazione, perchè, tra un minuto o due, prima di partire per il nostro viaggio notturno, anche noi avremmo esplorato l'uno il corpo dell'altro in ogni suo dettaglio.
Scivolai nel letto accanto a lei, e senza una parola lei mi voltò le spalle. Esistono centinaia di modi di voltare le spalle a letto. La maggior parte sono invitanti, altri languidi. C'è un modo, però, che esprime inequivocabilmente il rifiuto. Le sue scapole erano diventate una specie di blindatura. 
Sentivo troppo la sua mancanza per riuscire a prendere sonno, e lei, penso, stava facendo finta di dormire. Avrei potuto mettermi a discutere o cominciare a baciarle la nuca. Ma non era il nostro stile. A poco a poco la mia perplessità si dissipò e rimasi lì sdraiato a cullare la mia gratitudine per tutto ciò che era successo in quel letto con le molle rotte. In quel momento cadde una bomba. Molto vicino alla casa; sentimmo le finestre andare in frantumi dall'altra parte dei Fields e, più lontano, delle grida. Nessuno dei due parlò. Le sue scapole si distesero. La sua mano cercò la mia, e rimanemmo tutti e due lì distesi pieni di riconoscenza.
La mattina dopo, quando me ne andai, non alzò nemmeno gli occhi dalla sua ciotola di caffè. Continuò a fissarla come se avesse deciso, qualche minuto prima, che era quel che andava fatto e che da quel gesto dipendeva il futuro delle nostre due vite...Mi sono avviato da solo lungo la strada, lasciandomi alle spalle le altre case a schiera. 
Nel sonno mi chiamavi con ogni sorta di nomi, mi ha detto Audrey prendendomi sottobraccio, e il mio preferito era Oslo. 
Oslo!  ho ripetuto, mentre svoltavamo in Upper Street. Dal modo in cui ora la sua testa riposava sulla mia spalla ho capito che era morta.
Dicevi che rimava con First Snow, ha detto.

(John Berger, Islington, in 'Qui, dove c'incontriamo', 2005, pp. 87-94)
   

 

martedì 10 gennaio 2017

aria di liquidazione

A Zygmunt Bauman
in liquid memory

La nostra epoca è caratterizzata dal managerialismo, che punta a costringere l'umanità a limitare spontaneamente le proprie aspirazioni in funzioni di valori strumentali e aspirazioni utilitaristiche funzionali soltanto all'interesse della classe dirigente...
E' necessario il dolore di molti per soffocare l'intrinseca refrattarietà del genere umano alla costrizione. (Z. Bauman)

Nella società individualizzata la persona è caricata di responsabilità di cui dovrebbero farsi carico i sistemi sociali.
Ecco perchè si sente sempre inadeguata ed in colpa: perchè non potrà mai sostenere quel che non (si) può sostenere.
I limiti e le storture strutturali, inaffrontabili e immodificabili per scelta politica, vanno a pesare e ad affossare le persone, che si dibattono tra apatia e frenesia attivistica insensata, nel tentativo disperato di trovare soluzioni, tappare falle, aiutare qualcuno o almeno se stessi.
Invano, peraltro.
Le persone singole diventano i soli capri espiatori di problemi collettivi e globali, forse irrisolvibili, ma certamente creati in primo luogo proprio da coloro che ci sorvegliano, ci accusano e ci puniscono.

I medici di Nola sono cattivi perchè buttano i pazienti per terra, in assenza di letti, lettini e anche barelle. Vanno licenziati. Poco importa se da tempo chiedevano risorse e personale degne di un ospedale civile e nessuno gliele dava. La colpa è loro.

I cittadini di Pechino che usano la carbonella e i legnetti a casa sono cattivi perchè sono loro ad inquinare l'aria della metropoli. I poliziotti si aggireranno per impedirglielo. Poco importa che le fabbriche e le auto continuino ad emettere tonnellate di smog. La colpa è loro.

I professori universitari non fanno un lavoro di qualità e di alta formazione. E' per colpa loro se gli studenti non studiano o non sono al livello di quelli di altre nazioni. Poco importa se ogni anno vengono sottratti milioni di euro al fondo ordinario a partire da valutazioni improprie e inique.
La colpa è dei professori che non insegnano e degli studenti che non studiano.

L'ex soldato americano che ha sparato all'aeroporto di Fort Lauderdale qualche giorno fa è un mostro folle. Poco importa che sia impazzito in guerra, nell'inferno iracheno. Poco importa che abbia cercato di farsi curare e l'abbiano dimesso. Poco importa che gli abbiano permesso di avere armi e di portarle con sé in viaggio, nella stiva dell'aereo.
La colpa è solo sua, e sarà condannato a morte.

Unica eccezione, quando si parla di banche: infatti, nessuno può sapere i nomi di chi ha fatto indebitare il Montepaschi e le altre banche fallite.
Tutti fanno finta di non sapere, nessuno deve parlare, e nessuno parla.
In questo caso, invece, il debito è strutturale, collettivo, c'è un problema di sistema.
E va coperto.
Ma da noi contribuenti, non da chi ha fatto i debiti, che resterà ignoto.
E che se anche venisse riconosciuto, statene certi, non pagherà.

La nostra società è un'organizzazione ramificata di padroni e servi, organizzati in patti fra complici, che chiamano responsabilità la necessità ultima di non dire la verità, perchè altrimenti salta il sistema, che però è un sistema in cui gli interessi hanno definitivamente sostituito i valori
(G. Zagrebelsky)




lunedì 9 gennaio 2017

oche giulive

                                                                                                                                       A John Berger
                                                                                                                                     in loving memory


Mi sembrò sollevato, chiese:
-Oggi lavori ?
-No, non lavoro più.
-Veramente ?
-Veramente.
-Papà dice che chi non lavora non mangia.
-Tuo padre ha sempre ragione. Non mangerò.
-Se non lavori, giochiamo ?

24 ottobre. Il primo a segnalarti il declino è il telefono, squilla sempre di meno.
Poi piano piano diminuisce anche la posta cartacea, quella elettronica.
Spesso penso: meno male che non sono su facebook o su twitter, i segnali sarebbero ancora più vistosi. D'altra parte non fare uso dei social è anch'esso un segno di come sono finito fuori del tempo. Lavori, certo, continueranno ad arrivarmene, ma col contagocce, senza l'accavallarsi caotico di una volta. Dico a me stesso che mi cercano poco o niente perchè faccio il difficile. Però non è così. La verità è che molti di quelli che hanno apprezzato le mie capacità o sono vecchi quanto me, o sono morti, o sono stati messi fuori gioco. E' normale dunque che il cellulare ronzi di rado e io passi le giornate sostanzialmente chiuso in casa, leggendo e rileggendo James...
Quando James, nel 1906, a sessantatre anni, scrisse The Jolly Corner, the jolly joker, il giocatore giulivo, era una carta abbastanza giovane.

A casa di Betta i termosifoni sono sempre tiepidi. Mezzo secolo fa non c'erano affatto. Gli infissi chiudevano male, gli spifferi erano taglienti, d'inverno si moriva di freddo.
E tuttavia non ricordo questo gelo insopportabile, è un freddo nuovo fatto un po' di stanchezza, un po' di malattia, un po' di cattivo umore, un po' di vecchiaia...

Solo adesso, in vecchiaia, mi pare condivisibile un concetto che in realtà ho sempre detestato e cioè che la forza della bellezza sta nel non avere motivazioni, nemmeno -scrive James- il fantasma di una motivazione. Ma ormai è troppo tardi, la testa è quella che è. Ho detto a mio genero, tanto per chiacchierare: non ho mai fatto un quadro senza cercare una ragione grande per mettermi al lavoro. E lui, con gentilezza: è giusto, ma se i quadri sono piccoli, le grandi motivazioni non li rendono grandi. E' un uomo fatto così, la sua aggressività si manifesta con garbo.
Una volta -era passato per Milano- m'è venuto da confidargli: credo di aver fatto tutto quello che potevo fare, forse è arrivato il momento di fermarmi. Saverio ha subito acconsentito: sì, è vero, a una certa età bisogna fermarsi. Ci sono rimasto male...

(da Scherzetto (2016), di Domenico Starnone, un giocatore giulivo di 73 anni...)


Dopo un'infinita estate e un caldissimo autunno è arrivato il grande freddo artico.
Un freddo a sua volta esagerato, eccessivo, che sta paralizzando intere aree del paese, soprattutto in un Sud poco allenato alla neve e al gelo.
Io, un po' imprudentemente mi sono rapato e sbarbato a fondo, in attesa del clima tropicale indonesiano (partiremo tra una settimana).
Abbiamo riordinato la cucina e smosso le credenze ((solo quelle di casa, quelle religiose e ideologiche restano ferme lì, in freezer).
Festeggio anche così il mio 56.mo anno, giunto ieri, quasi clandestinamente, a completarsi nelle gambe e nella mente.
Abbiamo deliberato con Vivi che da ora in poi lei crescerà anno per anno, mentre io ne perderò uno all'anno, così tra 12 anni ci raggiungeremo almeno nell'età.

Nel freddissimo inverno che ci avvolge, il cuore resta caldo.
Ci siamo riscaldati anche i piedi e le mani, a lungo.
Proseguiamo ad attraversare il gelo del mondo, un grande freddo mondo che mette solo tanta tristezza: poveracci buttati sui marciapiedi, guerre nelle città-disastro e attentati al divertimento e allo svago, finte feste e farisei solidarismi di gente che prosegue a votare PD e a farsi i cazzi suoi per tutto il resto dell'anno.
Produciamo le cause e curiamo gli effetti: ci teniamo Minniti, quel Berjia senza Stalin, che agli Interni si prepara a moltiplicare i lager per respingere immigrati.
E poi ci commuoviamo per i negretti senza scarpe.
Ci teniamo Padoan e Draghi, che stanno affamando intere generazioni di precari e disoccupati, che poi assistiamo da barboni, dopo aver lasciato in auto i barboncini.
Paternalismo e maternalismo insieme, a distruggere la vita nell'aiutarla, come sempre.

Oggi son sceso dalle stelle al freddo e al gelo.
Mi attende una settimana nella grotta.
Di pura sospensione nel nulla.
A proposito di poetica e inattuale sospensione: andate a vedere 'Paterson'.