venerdì 17 aprile 2015

L'Arca di Non è



Nel dicembre del 1968, l'Apollo 8 decollò verso la Luna.
La vigilia di Natale, la navicella sorvolò l'emisfero nascosto entrando nell'orbita lunare.
Quando riemerse, gli astronauti furono i primi esseri umani a poter contemplare un fenomeno per il quale si dovette coniare un'espressione nuova: 'il sorgere della Terra'.
Il pilota del modulo lunare, William Anders, utilizzando uno speciale apparecchio di marca Hasselblad, fotografò una Terra per due terzi piena che sorgeva in un cielo notturno.
Le sue immagini ce la mostrano nella meraviglia dei suoi colori, frastagliata da pennacchi di nuvole, da vortici di tempeste, con l'azzurro denso dei mari e il bruno ruggine dei continenti.
Il generale Anders ebbe a commentare in seguito:
'Credo sia stato il sorgere della Terra a colpire tutti noi più di ogni altra cosa...Quello che vedevamo era il nostro pianeta, il luogo del cammino evolutivo dell'uomo.
La nostra Terra, che trovammo variopinta, graziosa e delicata, in confronto alla superficie lunare scabra, spoglia, piatta, per non dire noiosa.
A sorprendere tutti, sono certo, fu il fatto che avevamo percorso 240.000 miglia per vedere la Luna, ma era la Terra che valeva davvero la pena di guardare....'
(J. Barnes, Livelli di vita, 2013)


Guardiamola allora questa nostra Terra, come se la guardassimo da fuori, dalla Luna.
E' bella, certo, preziosa, unica, brulicante di sogni e di differenze, ancora viva.
Chi può negarlo ?

Ma, nel nuovo diluvio che si avvicina, niente assomiglia ad un Arca di salvezza.
I profughi sul barcone vengono gettati in mare e uccisi da altri profughi.
Le opere d'arte di Nimrud, create per esaltare le gesta di fanatici guerrieri, sono devastate da fanatici guerrieri.
Gli ulivi millenari della Puglia vengono sradicati e tagliati perchè altri ulivi non siano contaminati.
La nostre libertà personali sono controllate e violate per garantirci la libertà contro i nemici della libertà.
Io mi sento morire, solo perchè vorrei vivere.

Per poter essere (forse), il non essere si diffonde e si impone (con certezza).
E' doloroso ammetterlo: siamo tutti sulla stessa barca alla deriva, siamo tutti imbarcati sull'Arca di Non è.




Venerdì 17: bara a dritta!



Nella prima parte della vita, il mondo si divide grossolanamente tra chi ha già fatto sesso e chi no.
Più avanti, tra chi ha conosciuto l'amore e chi no.
Più tardi ancora -se si è fortunati almeno (o forse sfortunati, in realtà)- si divide tra chi ha vissuto il dolore e chi no.
Si tratta di differenze assolute; di tropici che attraversiamo.

E invece, tra un'estate e l'autunno, passammo dall'ansia all'allarme, alla paura, al terrore.
Trentasette giorni in tutto, dalla diagnosi alla morte.
Mi sono sforzato di non abbassare lo sguardo mai, di guardare le cose in faccia: ne è nata una sorta di assurda lucidità.
Quasi tutte le sere, quando uscivo dall'ospedale, mi ritrovavo sull'autobus a fissare con risentimento la gente che tornava a casa a fine giornata.
Come osavano starsene lì seduti con quell'aria svagata e dimentica, ostentando profili serafici, quando il mondo era sul punto di cambiare ?

Abbiamo un cattivo rapporto con la morte, evento al tempo stesso unico e banale; non siamo più in grado di considerarlo parte di un disegno più vasto...
Di conseguenza, anche il lutto diventa inimmaginabile: non solo in termini di durata e profondità, ma anche di consistenza e di tono, nell'inganno delle sue remissioni apparenti, nelle sue ricadute.
Come pure nel suo trauma iniziale: all'improvviso precipitiamo nel gelido Mare del Nord equipaggiati soltanto di un ridicolo giubbotto di sughero che in teoria dovrebbe salvarci la vita.
Per giunta, niente ci può preparare alla realtà nuova nella quale coliamo a picco.
Ho conosciuto una persona convinta, o fiduciosa, di poterlo fare.
Suo marito era da tempo malato di cancro; essendo una donna pratica, lei si era informata in anticipo sulle letture adatte e aveva messo insieme una scorta di classici sul tema della perdita.
Quando venne il momento non fece alcuna differenza.

Quello che già sapevo era che funzionano solo le vecchie parole: morte, pena, dolore, tristezza, crepacuore. Nessuna moderna perifrasi o diagnosi scientifica.
Il dolore è una condizione umana, non clinica e, sebbene esistano pillole che aiutano a dimenticarlo -quello e ogni altra cosa- , non esistono farmaci in grado di guarirlo.
I dolenti non sono depressi, sono semplicemente, giustamente e matematicamente ('si soffre nell'esatta misura di quanto vale la perdita') tristi.

'Ho parlato a tavola di mia moglie morta, mentre si conversava.
Cala un silenzio breve, un comune spavento, un brivido d'orrore...'
Presi la decisione (ma dato lo scompiglio che mi regnava in testa forse è più giusto dire che fu la decisione a prendere me) di parlare di mia moglie ogni volta che mi pareva o ne sentissi il bisogno...Mi sono reso conto ben presto di come il dolore selezioni e riposizioni le persone che circondano il dolente; di come metta alla prova gli amici, di come qualcuno risulti promosso, e qualcuno bocciato...
Ricordo una conversazione a tavola...; ero in un ristorante con tre amici sposati più o meno coetanei...Feci il nome di mia moglie: nessuno raccolse. Lo ripetei: stessa reazione.
E' possibile che la terza volta avessi la deliberata intenzione di provocarli, perchè quel comportamento, che a me era parso più un segno di vigliaccheria che di buona educazione, mi aveva fatto incazzare.
Spaventati dal contatto con il suo nome, la rinnegarono tre volte e io li condannai.

Un'altra cosa che non sai è che impressione gli altri hanno di te. Non è detto che quello che provi coincida con quello che appare. Vediamo cosa provi.
Ti senti come se fossi precipitato da un'altezza di qualche centinaio di piedi, senza mai perdere i sensi, e fossi atterrato in un'aiuola di rose con tale violenza da ficcarti a terra fino alle ginocchia, mentre lo shock dell'impatto ti ha spappolato gli organi interni scaraventandoli fuori dal corpo.
Ecco, questo è ciò che provi; perchè mai dovrebbe apparire qualcosa di diverso ?
Non sorprende dunque che qualcuno cerchi di deviare la conversazione su un argomento più rassicurante.
Anzi, è possibile che non si tratti di evitare lei, né la morte, bensì di evitare te.

(Julian Barnes, Livelli di vita, 2013)


Quiqueg nella bara.

Fu in questa circostanza che il mio povero compagno pagano e stretto amico del cuore, Quiqueg, si prese una febbre che lo portò a due passi dalla fine infinita...
Povero Quiqueg! Quando la nave era circa a metà sbudellata, avreste dovuto piegarvi sulla boccaporta e dare un'occhiata laggiù, dove spogliato, tranne delle mutande di lana, il selvaggio tatuato andava strisciando, tra l'umidità e la fanghiglia, come un verde ramarro maculato, in fondo a un pozzo. E un pozzo o piuttosto una ghiacciaia fu in qualche modo per lui, povero pagano; che, strano a dirsi, con tutto il caldo delle sue sudate, si prese là un terribile raffreddore che riuscì in una febbre; e alla fine, dopo qualche giorno di sofferenze, lo distese nella branda sulla soglia della porta della morte.
Come deperì e deperì in quei pochi lentissimi giorni, finchè non parve restare di lui molto di più dello scheletro e dei tatuaggi !
Ma mentre tutto il resto in lui si assottigliava e le mascelle si affilavano, gli occhi nondimeno parevano crescere sempre più grandi, acquistavano una strana morbidezza di splendore e vi guardavano dolci, ma profondi, dal seno del male...
Non uno dell'equipaggio che non lo desse per spacciato e, quanto a Quiqueg in persona, quel che pensasse del suo caso lo dimostrò validamente un curioso favore che chiese.
Chiamò a sé uno e, prendendogli la mano, gli disse che a Nantucket aveva visto certe piccole canoe di legno scuro...e domandando aveva saputo che tutti i balenieri che morivano a Nantucket venivano composti in quelle nere canoe...
Aggiunse che rabbrividiva al pensiero di venir sepolto nella branda...No: egli desiderava una canoa come quelle di Nantucket...
Ora, non appena questo strano caso si seppe a poppa, il maestro d'ascia ricevette ordine di fare il volere di Quiqueg, qualunque cosa potesse implicare...Non appena avvertito dell'ordine, dato mano al regolo, si recò senz'altro nel castello e prese con gran cura le misure di Quiqueg, segnando regolarmente con il gesso la sua persona tutte le volte che spostava lo strumento.
'Ah, povero diavolo! Adesso dovrà morire', esclamò il marinaio di Long Island...

Quiqueg, tra la costernazione di tutti, comandò che la bara gli venisse immediatamente portata e non ci fu modo di negarglielo; visto che, di tutti i mortali, certi moribondi sono i più tirannici...
Sporgendosi dalla branda, Quiqueg osservò a lungo con occhio attento la bara.
Poi chiese il rampone, ne fece togliere il legno e mettere il ferro nella bara, insieme a una delle pale della lancia. Tutto a sua richiesta, ancora, vennero disposte gallette in giro per i fianchi, e una fiasca d'acqua dolce alla testa, insieme a un sacchetto di terra legnosa raschiata in fondo alla stiva. Fattosi arrotolare come cuscino un pezzo di tela da vela, Quiqueg allora supplicò di deporlo nel suo ultimo letto, per poterne sperimentare le comodità, se ne aveva...
Giacque là, senza movimento, alcuni minuti...Poi, incrociando le braccia, chiese che gli mettessero sopra il coperchio...E lì giacque Quiqueg, nella bara, mostrando poco più del suo volto pacato.
'Rarmai' ('Andrà'; 'E' comodo'), mormorò alla fine, e fece segno che lo rimettessero nella branda.

Ma ora che aveva fatto in apparenza ogni preparativo per la morte, ora che la bara si era dimostrata ben adatta, Quiqueg si riprese all'improvviso...
E qui, quando qualcuno esprimeva la sua lieta sorpresa, egli rispondeva in sostanza che...in un momento critico si era ricordato di un piccolo dovere a terra che lui lasciava inadempiuto, e perciò aveva cambiato idea intorno alla morte, non poteva ancora morire, dichiarò...
Così, ben presto il mio Quiqueg riprese forza e finalmente, dopo essere stato seduto sull'argano, indolente, per qualche giorno (mangiando, però, con appetito gagliardo), saltò in piedi d'improvviso, spalancò le braccia e le gambe, si diede una buona stirata, sbadigliò un istante e poi, balzando in testa alla sua lancia issata e bilanciando un rampone, si dichiarò pronto a combattere.

(Hermann Melville, Moby Dick, 1851)






























mercoledì 15 aprile 2015

eppur si muove...

Eppur si muove...
Questa frase, simbolo di progresso e di evoluzione razionale, ora diventa il segno della terra che frana, che slitta, che crolla.
Ci manca la terra sotto i piedi, come si dice.
L'acqua fa il suo lavoro, a lei continuiamo ad opporre le nostre certezze di cemento, i nostri piloni, le nostre barriere d'acciaio.
Lei se ne frega, e e avanza, e smuove la terra.

E tutta quella gente che continua a fuggire, a imbarcarsi, ad affogare.
Inizia ad assillarci giornalmente, sono migliaia, centinai di migliaia, e attendono solo di partire, di arrivare qui.
E muoiono per vivere e vivono per morire.
Eppur si muovono anche loro, eppur si muove la marea, eppur si muore...

E delle nostre vite, che lentamente, gradualmente, ma inesorabilmente cadono verso il disastro.
Sì, di giorno in giorno, di anno in anno, la catastrofe avanza.
La vediamo, a tutti i livelli, ormai, manifestarsi e assediarci, senza tregua.
Le nostre vite sono accerchiate, e perdono valore ed energia e senso.
E' una lotta impari, ormai.


lunedì 13 aprile 2015

mr. lozio

Giorni lenti in una Milano già ubriaca di Expo.
Ovviamente tante promesse, pochi fatti.
Tutto in ritardo nero.
Una quantità enorme di soldi pubblici buttati al vento.
Una colossale operazione di immagine senza senso.
Ma la gente compra i biglietti, e ci andranno in milioni, tanti, troppi.
Se prendi la tessera PD, entri con lo sconto. Roba indegna.
Si finge di nutrire il pianeta, ma il pianeta sa bene che ci sarà sempre più fame e sete (anche di giustizia).
Il mondo sprofonda, si squassa, si divide, si squarta.
E noi proseguiamo a mentire, a sprecare, a nutrirci, ad ammazzare, ad armarci.
Tutto solo per denaro.

In questo viaggio sono stato spesso chiamato zio.
E non solo da mio nipote.
Amici cari cercano così di darmi un ruolo affettivo, anche se non ufficiale.
Nel palazzo di Sesto dove ho dormito in queste ultime due notti vedo una casella della posta con su scritto un cognome: Lozio.
Io lo posso leggere 'lo zio', ma mi piace anche vederci ' l'ozio'.
Sì, è stato un viaggio da zio ozioso.
La cosa più impegnativa è stata prendere l'aereo, visti gli effetti nefasti del volo sui miei fragili labirinti, che proseguono inquietanti a farmi oscillare quanto basta.

Ora torno a casa, mi trovo ad Orio-ozio in attesa del volo.
La primavera sembra già arrivata invece, e con essa finalmente un po' di sole e di luce.
Così magari almeno la tosse mi passa del tutto.
Sta sempre lì, anche lei, in agguato, e a volte ritorna.
Altri pensieri, attese, promesse di piacere, sogni stanno lì, come in agguato.
Ogni tanto mi sorprendono, quando meno me li aspetto.
Chissà, magari qualcosa accadrà veramente...
Avrei voglia di rimettermi a giocare un bel gioco, a giocarlo davvero....
Anche sui monti, in cui gli eremiti vivono ritirati, arriverà quest'aria leggera e tiepida che invita al disgelo ?


martedì 7 aprile 2015

la solita salsa



L'aeroporto Costa Smeralda è nuovo fiammante, ci si arriva ora da Viale degli Astronauti.
Gemma mi ha regalato un pane pasquale, un coccoetto con l'uovo sodo dentro.
Lo porterò ai compaesani in Svizzera, come se fossimo emigrati degli anni 50.
Il pane c'è.
In aereo, la hostess chiama a rapporto il signor Salsa.
E ci comunica che siamo trasportati da un equipaggio guidato dal comandante San Marzano.
Insomma, la zuppa l'è cotta...!
Altro che la flemmatica e psicotica Germanwings, qui se magna...!

Milanesi e comaschi che tornano dalla prima vacanza in costa.
Guardano già con nostalgia il mare smeraldo dal cielo e si dicono: torneremo in estate.
Un giovane manager, elegante e belloccio, viso sfatto dal non rilassarsi mai e dormire meno, si è portato dietro i figli e una moglie di rappresentanza.
Continua ininterrottamente a prendere appunti e a far di conto sull'agenda (cartacea, però).
Snocciola le centinaia di migliaia di euro per ogni affare, da ogni parte del mondo.
I suoi prossimi mesi di lavoro (fiere, soprattutto, e ovunque) entrano rapidamente e diffusamente nel calendario. E l'appuntamento per i tatuaggi e quello per farsi la tartaruga.
Un po' meno lo attraggono i richiami di suo figlio, che avrà 9 anni e legge un libro dal titolo: 'Assassin's creed unity'. Almeno legge, e guarda i panorami, e cerca di interpellare il padre.
Che gli intima soltanto di spegnere lo smartphone.
Al che il ragazzino gli si rivolge contro: 'Spegnilo anche tu, allora...!'.

L'altra sera, alla pizzeria Sa Mesa, tutti i ragazzini stavano attaccati allo smartphone, da soli o in piccoli gruppi.
I genitori, intorno a me, pure.
Mi lamentavo dei loro discorsi, nei giorni scorsi.
Ma forse era meglio che parlassero, anche delle loro solite banalità di adulti.
Ho poggiato la testa sul tavolo e mi veniva da dormire, tanta era la noia che provavo sul mondo, in attesa di una pizza così così.
Mio nipote e i suoi coetanei sanno farsi i cazzi loro alla grande.
Ed i genitori sono contenti perchè così anche loro possono farsi i cazzi loro alla grande.
Ognuno col suo tablet ed i suoi giochi più o meni per adulti, o adulteri, o adulterati.
A meno che non succeda qualcosa di grave, o qualcuno si frapponga tra loro: allora, tornano a rifugiarsi tra le amorevoli braccia dei papà e delle mamme, e loro tornano ad essere i 'loro' figli.

Sull'aereo un neonato si fa allattare, occhi pieni di piacere e di riconoscenza.
La madre sembra un po' meno appagata, ma partecipe.
Il papà, tiene fissi i Ray Ban scuri, e lo bacia il pupo con gli occhiali.
La moglie vede solo il figlioletto, il marito esiste solo quando deve cercare il ciuccio o le salviette nella borsa di lei.
Lui ha una discreta faccia da ottusangolo maschile.

Passa il carrello, un bicchiere di succo o d'acqua gratis.
Cioè inclusi nel costo del biglietto.
Se dovessimo pagarli direttamente magari non lo berremmo.
Ma così ci sembra di non pagarlo e di essere stupidi a non berlo.
Mio nipote dice che gli sms e le chiamate sono gratis.
Li hanno solo già pagati per lui, ma tra ragazzini si dicono che è tutto gratis.
Questi ragazzini sembrano fare zapping proprio con tutto.
Il torneo (vinto!) è già alle spalle, dopo qualche festa e molte foto.
'Pensiamo già alla prossima partita': parlano già come gli allenatori e i giocatori della massima serie.
Un po' mi fanno paura, sembrano dei robottini sentimentaloidi.

Scendo a Linate, e oscillo alquanto, più del solito.
Mi viene da camminare meccanicamente, come un automa, per regolarizzarmi a forza.
L'aereo non aiuta proprio i miei poveri, piccoli labirinti.
I seni nasali, poi, fanno dolore sulla fronte.
Continuo a camminare strano, in modo talvolta inquietante.
Ascolto i sintomi, e ne colgo -credo- alcuni significati profondi e sommersi.
Non posso fare molto di più, da solo.
Né -credo- i medici.

Dopo l'ennesima sfuriata di pioggia tropicale, ora è tornato il sole.
Lo attendo anche per me.
Sogno California... Ma mi pappo il San Marzano.
Ed attraverso la frontiera di Chiasso in un silenzio irreale...



domenica 5 aprile 2015

è resorto ?

Domenica di Pasqua.
Piove, mentre scrivo dal terrazzino del mega-resort Geovillage, 4 stelle, all'uscita di Olbia.
Ha colonizzato una collina intera, tra hotel, spa, palestre, bar e caffè, negozi vari, piscine.
Resta ancora un bel verde intorno, ma l'impatto è forte.
Tra le scale e i corridoi si aggira, come una sinuosa gatta egizia, la bella Manuela Arcuri, madrina del residence.
Mariti e fidanzati la occhieggiano di sbieco, mentre le loro donne fanno finta di non vederla, e di non vederli.
Io soffro, per me, e ridacchio, per loro.

In un posto così ci posso andare solo per seguire mio nipote, che gioca un torneo di calcio regionale di ragazzini. Vince e va avanti nel torneo, forse domani arriverà in finale. Sono gasatissimi.
Prime notte insieme in stanza, da soli, con i genitori che cercano di controllarli e di distanziarsi, in una diuturna lotta senza fine, all'ultimo passepartout.
Ricordi indelebili per loro, di amicizia, di vittorie e sconfitte insieme, di giochi.
Il tutto, purtroppo, già inserito in un gran caravanserraglio di allenatori, fotografi a pagamento, sponsor di acque minerali. Promesse esagerate, aspettative di genitori e sogni di bambini, tutto ben miscelato.
Il figlio di Totti, che avrà il nome di un profumo o di uno stilista, si bea di se stesso tra i giovinetti divini dell'A.S Roma esordienti.
Avrà un futuro garantito ?  O sarà l'ennesimo figlio fallito di un mito pesante e insuperabile ?

Il vecchiume insiste: i compagni di Luca, mio nipote, gli chiedono di me, li incuriosisco.
Ma è tuo nonno ?
E' arabo ?  Perchè ha sempre il cappellino ? Perchè ha la tuta dei cinesi e non quelle alla moda ?
Ho detto a Luca di rispondergli per me: E perchè voi indossate quelle scarpette da calcio rosa da frocio ? Perchè avete tre tute super fashion anzichè una ?  Perchè avete dei genitori che parlano solo di calcio a tavola, e dei tornei dei loro figli calciatori, e smanettano sullo smartphone o il tablet ancora più e peggio di voi ?  Perchè vivete in un solo mondo possibile, che è proprio quello che vi sta conducendo al macello della psiche, e -tra qualche anno- anche dei corpi ?
Insomma, sono ormai un vecchio tipico, spazientito, irascibile e bisbetico.

Se Gesù risorgesse davvero oggi, come dicono, tornerebbe rapidamente nel sepolcro.
Magari con la bella Manuela.
Il problema sarebbe parlare con lei: la sua lingua è impastata da un ciociaro inascoltabile, dovreste sentirla...
E non credo che possa apprendere l'aramaico a breve.
Ma tanto, nel caso, avrebbero l'eternità davanti.
E Dio è grande. Anzi, mi scuso con i pargoli, Allah...!







mercoledì 1 aprile 2015

vecchiumi



Una ragazza che non sa ballare dice che l'orchestra non sa suonare (proverbio irlandese).

Sabato ho condotto un seminario all'interno di un ciclo volto a favorire la partecipazione attiva degli anziani.
L'ennesima fregatura della modernità: le società non riconoscono i diversi in quanto tali, ma solo se si sforzano di assomigliare ai normali.
La chiamano 'integrazione', che va insieme a 'integralismo' (il nostro, non quello dell'Isis).
Vale per i negri, che devono diventare bianchi, vivere come noi, occidentalizzarsi.
Vale per i disabili, che sono solo 'diversamente abili' e che, in fondo, possono lavorare come noi.
Vale per i vecchi. Che, in passato, erano stimati e valorizzati in quanto vecchi.
Oggi, invece, solo se fanno i giovani; se lavorano fino a 80 anni, se fanno jogging, se si fanno il lifting, se si riempiono di medicinali per stare sani, se fanno prevenzione di tutte le malattie possibili, se partecipano alla vita sociale attivamente.
Il modello unico della modernità: attivarsi, produrre, riempire tutto, agire sempre, non restare mai fermi o annoiarsi.
In una società della decrescita, invece, sarà bello accettare la vecchiaia come esempio di rallentamento e silenzio.
E prepararsi al morire invecchiando serenamente, come si diceva un tempo.
Insomma, il mio approccio alla questione è stato leggermente eterodosso e divergente.
I presenti erano stupefatti, ma contenti (salvo alcuni).

Due fatti di ieri: i 100 anni di Pietro Ingrao, un grande vecchio, che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente negli anni 80, e che da tempo si è ritirato in silenzio a Lenola, il suo piccolo paese d'origine. Un saggio.
E, si parva licet, c'è l'intrepido Bondi che si separa da Berlu: la vecchiaia porta saggezza, anche nei succubi ad oltranza ?
Ma neppure davanti all'abbandono dei suoi amici Berlu ammette di essere vecchio, finito, e si arrende.
Cupio dissolvi.
Non saper smettere, non saper lasciare, non sapersi arrendere.
Tipico della nostra civiltà, non solo di Berlu il miserabile riccone.
Ma sino a quando non ci arrenderemo, non dichiareremo fallimento, non smetteremo di blaterare a vanvera dei nostri meriti, dei nostri successi, delle nostre speranze ?
La nostra civiltà dovrebbe dichiararsi vecchia e accettare di declinare e di morire.
Sarebbe l'ultima sapienza che ci resta.
Ed invece corriamo verso un omicidio-suicidio senza precedenti, un'ecatombe mondiale che farà rimpiangere le due guerricciole mondiali del 900.

Ultimo esempio: in un servizio di Massimo Sperandio (nomen omen) si blatera che l'indice di fiducia di imprese e consumatori sta salendo (e tu chiamale se vuoi emozioni...!).
E che la ripresa è quindi alle porte.
Ed anche Poletti blatera sugli 80000 nuovi posti a tempo indeterminato.
Peccato che oggi l'Istat ci ricordi che abbiamo perso altri 44000 posti di lavoro nell'ultimo mese.
Ma perchè non diciamo la verità, in primo luogo a noi stessi ?
Semplice: perchè non accettiamo di fallire, di invecchiare, di morire.

Eppure, sarebbe tutto così semplice...